1. Dalla fine del XIX secolo alla fine della Seconda Guerra Mondiale (1877-1945)

Il territorio facente parte della cosiddetta “Macedonia storica” è attualmente diviso fra tre stati: Bulgaria, Grecia e F.Y.R.O.M.-Former Yugoslav Republic Of Macedonia (Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia). Regno ellenico e poi ellenistico, provincia romana e parte dell’Impero Bizantino, dopo una breve “parentesi indipendente”, la cosiddetta “Macedonia storica”, nel corso del plurisecolare dominio ottomano, venne divisa in tre province: una facente capo alla città di Salonicco, un’altra avente il proprio centro in quella di Skopije ed una terza la cui prima realtà urbana era quella di Monastir-Bitola. A partire dalla fine del XIX secolo, gli stati balcanici cristiani indipendenti e-o autonomi, Serbia, Grecia e Bulgaria in particolare, facendo leva sulla ormai endemica debolezza del “Grande Malato” e contando sull’appoggio delle grandi potenze europee antiturche, puntano esplicitamente alla conquista della Macedonia: una preda, però, tanto ambita quanto difficile. Le città, infatti, sono caratterizzate da una chiara prevalenza dell’elemento etnico greco e turco, mentre è quello slavo ed albanese a prevalere nelle campagne. Altrettanto frastagliato il panorama religioso: slavi e greci professano la religione cristiana ortodossa, mentre i turchi, e la maggior parte degli albanesi, quella musulmana come, del resto, anche i “pomaks” (slavi islamizzati). Dal punto di vista linguistico poi, quasi a complicare ulteriormente il tutto e ad ulteriormente stimolare i convergenti e, per forza di cose, contrapposti appetiti, il macedone denota innegabili e notevoli affinità con il bulgaro senza però tralasciare, in particolar modo in alcune sue varianti dialettali regionali, rimarchevoli somiglianze con il serbo. Inevitabile perciò, alla luce di quanto appena sostenuto, il sorgere di una contrapposizione anche “culturale” fra serbi e bulgari: i primi cercarono di affermare la “serbitudine” dei macedoni attraverso la Società di San Sava, i secondi puntarono ad una loro “bulgarizzazione” attraverso la Società dei Santissimi Cirillo e Metodio. La guerra russo-turca del 1877-78 fu ricca di conseguenze “panbalcaniche” le quali, ovviamente, non risparmiarono la Macedonia. Il Trattato di Santo Stefano fece nascere la “Grande Bulgaria” indipendente e la “premiò” con l’inclusione in essa della Macedonia ma quest’ultima, dopo il Congresso di Berlino, tornò all’Impero Ottomano. La delusione dovuta ad un simile evento non fu certamente estranea alla nascita, avvenuta nel 1893 a Salonicco ad opera di due insegnanti di scuola, Gotse Delchev e Dame Gruev, del VMRO-IMRO-Organizzazione Rivoluzionaria Interna Macedone-O.R.I.M. . L’interrogativo si pose quasi immediatamente: unione con la Bulgaria o indipendenza macedone? Il repubblicano Delchev, deluso da una Bulgaria indipendente monarchica ed autoritaria, pensava ad una Macedonia indipendente, progressista ed autonoma, inserita nel contesto di una Federazione Balcanica. Contrapposto ad un simile indirizzo politico “repubblicano, progressista ed autonomista”, si consolidò il filone “monarchico, conservatore e filobulgaro” del nazionalismo macedone ruotante, in primo luogo, attorno al Comitato Supremo Macedone-C.S.M. avente, quest’ultimo, come sede, non certo casualmente, Sofia. Anche per riaffermare la propria egemonia all’interno dell’universo nazionalista macedone, che essa vedeva minacciata dal C.S.M., l’O.R.I.M. lanciò il 2-8-1903, giorno di Sant’Elìa, “l’Insurrezione di Sant’Elìa”. Una rivolta, in tal senso organizzata, si impossessò della città di Kruschevo, vicino Skopjie, e fondatavi una “repubblica”, la “Repubblica di Kruschevo” per l’appunto, intese farne il nucleo insurrezionalista dell’indipendenza macedone. Tale nucleo, però, non durò che qualche settimana: le autorità ottomane ebbero, infatti, gioco facile nel spazzarlo via. Una sconfitta di tale portata accentuò, all’interno dell’O.R.I.M., la peraltro già presente differenziazione fra una destra ed una sinistra interne. Capeggiata da Yane Sandenski, quest’ultima ipotizzò programmaticamente l’alleanza, ai fini dell’indipendenza della Macedonia, tra l’etnia slavo-macedone e le altre minoranze etnico-nazionali presenti sul territorio che si intendeva liberare, mentre la prima denotava, sempre più, un carattere slavocentrico e filobulgaro. Questa rivalità interna assunse una virulenza talmente accesa da culminare nell’assassinio di Sandenski; una uccisione, questa, messa in atto, nel 1915, proprio da militanti dell’ala destra della organizzazione all’interno della quale questi, pur sempre, militava. La Prima Guerra Balcanica, del 1912, ebbe come posta in palio anche il possesso della Macedonia che una coalizione cristiana formata, in primo luogo, da Bulgaria, Grecia e Serbia, approfittando delle intensissime difficoltà interne nelle quali esso si dibatteva, intendeva strappare all’Impero Ottomano. L’impresa riuscì ma la spartizione del bottino lasciò Sofia decisamente insoddisfatta. La Grecia, infatti, ottenne la Macedonia Egea, la Serbia quella detta “del Vardar” (incluse le città di Skopjie ed Ohrid), mentre ai bulgari, parzialmente bloccati sul proprio fronte da una più coriacea resistenza turca, nonostante avessero essi profuso nella guerra le maggiori energie militari, andò solo quella detta “del Pirin”. Sofia cercò di ribaltare tale, per essa, negativo stato delle cose combattendo, nel 1913, la Seconda Guerra Balcanica, anche contro gli ex-alleati, e schierandosi al fianco degli Imperi Centrali nel corso della Grande Guerra. Entrambi i tentativi, però, non furono affatto coronati da successo. Fungendo da catalizzatore degli esasperatissimi umori che contraddistinguevano anche i rifugiati macedoni provenienti dalla Grecia settentrionale (quasi interamente “ripulita” dalla presenza dell’elemento etnico slavo-macedone) e dal neonato Regno S.H.S., l’O.R.I.M. esercitò notevoli pressioni affinché Sofia assumesse, in merito, posizioni più apertamente “revanchiste” ed a tal fine, con particolare virulenza nel corso dei primi anni ‘20, non esitò a fare ricorso, dentro e fuori i confini bulgari, anche all’arma del terrorismo. Il nel frattempo nato e consolidatosi Komintern individuò nell’O.R.I.M. un partner idoneo a creare una situazione rivoluzionaria nell’area bulgaro-macedone la quale, a sua volta, facesse da volano ad un rovesciamento generale dei regimi al potere in tutta la regione. A suggellare tale collaborazione, venne firmato il Manifesto di Maggio (1924) al quale, per l’O.R.I.M., apposero la propria firma Todor Aleksandrov, Aleksander Protogerov e Petar Chaulev. Le incomprensioni però sorte fra il Komintern e l’ala sinistra dell’O.R.I.M., Chaulev , da un lato, e la destra di Aleksandrov e Protogerov, dall’altro, portarono, prima, all’espulsione dall’O.R.I.M. di Chaulev e, poi, ad una frammentazione interna “per bande” a sua volta culminata nell’uccisione di Aleksandrov da parte dell’ala di ultra-destra della Organizzazione (agosto del 1924). Tale processo di “autodistruzione” non terminò allora. Anzi, esso proseguì con l’eliminazione, nel 1928, di Protogerov da parte di seguaci dell’O.R.I.M. fedeli al di questa nel frattempo divenutone nuovo leader, Ivan Mihailov. Seguirono anni di accentuata marginalità. Per porre un termine ad essi, l’Organizzazione tentò un ultimo “colpo di coda” collaborando nel 1934, al fianco degli “Ustascia” croati, all’assassinio di Alessandro, re di Jugoslavia, e del Ministro degli Esteri francese, Barthou, avvenuto a Marsiglia(1).
MMa proprio come conseguenza di quello che sembrava essere stato, forse, il più “fulgido successo” mai colto dall’ O.R.I.M., si mise in moto contro di essa la repressione del governo bulgaro, ormai chiaramente imbarazzato dalla presenza, sul proprio territorio, di una formazione “politico-terroristica” portatrice di tanta instabilità regionale. La “stretta anti O.R.I.M.” fu micidiale e già alla fine del medesimo 1934 l’Organizzazione poté considerarsi annientata. La fine dell’O.R.I.M. facilitò, nella Macedonia “del Vardar”, la politica assimilazionista posta in essere dalle autorità centrali jugoslave e questa, a sua volta, portò all’affermazione, presso molti intellettuali macedoni, del cosiddetto “Macedonismo”: una dottrina politico-nazionalista fautrice né dell’unione con la Bulgaria e né di quella con la Jugoslavia ma di una Macedonia indipendente inserita entro i confini di una più ampia Federazione Balcanica (2). Nel frattempo, l’ex membro dell’O.R.I.M. Dimitar Vlahov, già coinvolto nella stesura del Manifesto del maggio del 1924, emergeva alla guida di un pro Komintern O.R.I.M.-Unità per la Macedonia Indipendente. Si trattava di una organizzazione mai molto popolare in Macedonia ma che ebbe il “merito storico” di mantenere viva la tradizione “autonomista-indipendentista” del nazionalismo macedone (3). La Seconda Guerra Mondiale vide Sofia schierarsi con l’Asse e in un primo momento, a seguito dei tracolli jugoslavo e greco del 1941, occupare la Macedonia sia “del Vardar” che Egea. Soprattutto le popolazioni del territorio della prima, dopo oltre 20 anni di “centralismo belgradese”, accoglievano positivamente i nuovi venuti ma il governo militare da essi instaurato li deluse presto. Nell’ambito del movimento di resistenza antinazi-fascista di carattere “popolar-social-comunista” da egli capeggiato, fu Josip Broz, detto Tito, ad incaricare Svetozar Vukmanovic’-Tempo di costruire una resistenza macedone antinazi-fascista favorevole ai comunisti jugoslavi e ciò anche a costo di qualche, anche importante, contrapposizione interna. Non tutti i comunisti macedoni erano infatti “pro jugoslavi” e, per “mettere ordine in una simile situazione”, non si esitò a “purgare” il P.C. macedone degli elementi maggiormente “bulgarofili”, incluso il suo principale esponente, Metodjie Satorov-Salo.
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2. Dal secondo dopoguerra alla fine della Jugoslavia “post-titina” (1945-1990)

Sconfitto il nazi-fascismo, la soluzione della “questione macedone” avrebbe dovuto prendere forma, secondo Tito, nella nascita di una Repubblica Macedone Unita, a sua volta parte di una più ampia Federazione Balcanica la cui “avanguardia” sarebbe dovuta consistere nella fusione fra Repubblica Socialista Federativa Jugoslava, Bulgaria ed Albania. Per quanto concerneva strettamente la Macedonia, i bulgari si mostrarono al riguardo abbastanza “tiepidi”, temendo di dover “perdere” la “loro” Macedonia all’interno di una allora ancora indistinta e nebulosa “Macedonia Unita”.
La momentanea non-opposizione di Stalin, però, fece compiere al progetto in questione qualche significativo passo in avanti: la Bulgaria riconobbe il diritto dei macedoni alla loro repubblica e “de facto” (anche se non “de jure”) riconobbe anche, un dato, questo, fino ad allora assolutamente senza precedenti, l’esistenza di una nazionalità macedone distinta da quella bulgara. Appesantita, però, da notevoli “veti incrociati” (4), la Federazione Balcanica, “complici” la rottura fra Tito e Stalin del 1948 e la, ad essa immediatamente seguente e del tutto scontata, scelta pro Mosca compiuta da Sofia, non vedrà mai la luce ed ogni “troncone” della cosiddetta “Macedonia storica” comincerà a vivere le vicende storico-economico-politiche che caratterizzeranno il rispettivo stato di appartenenza. In Bulgaria, dal 1945, gli abitanti della Macedonia “del Pirin” diventeranno minoranza nazionale riconosciuta. A partire dal 1948, però, le autorità centrali bulgare opereranno una stretta graduale e progressiva fino a proclamare, nel corso dei primi anni ‘60, “l’omogeneità etnica” del proprio paese. La Macedonia ha costituito costantemente un momento non facile delle relazioni bulgaro-jugoslave. Le visite di Zivkov a Belgrado nel 1962 e di Tito a Sofia nel 1965, nonché le numerose proposte avanzate per una sistemazione del contenzioso durante gli anni ‘80, a partite dal discorso che lo stesso leader bulgaro tenne presso la città di Blagoevgrad nel giugno del 1978, non riuscirono mai a derimere definitivamente il contenzioso. La Jugoslavia non accettava l’esistenza di un “legame speciale” fra Macedonia e Bulgaria, temendone anche possibili implicazioni “revanchiste”, mentre Sofia, oltre a ribadire tale “legame”, vedeva, viceversa, nella Repubblica Socialista Jugoslava di Macedonia un possibile “polo d’attrazione antibulgaro” per gli abitanti del Pirin. Dal canto loro, le autorità jugoslave dedicarono non pochi sforzi alla costruzione, prima, ed al consolidamento, poi, dell’identità “repubblicano-nazionale” macedone. La Repubblica Socialista Jugoslava di Macedonia era una delle 6 Repubbliche che, in condizioni di reciproca parità di diritti, davano vita alla R.S.F.J. ed il suo popolo numericamente maggioritario, l’etnia slavo-macedone, era uno dei “popoli costitutivi” della Federazione. La lingua scritta ufficiale che la Repubblica adottò venne basata su un dialetto locale “lontano” dal bulgaro e gli esponenti autonomisti dell’O.R.I.M., Gotse Delchev “in primis”, vennero elevati al rango di “eroi repubblicano-nazionali”. Espliciti, inoltre, furono i riferimenti ad Alessandro Il Grande e di fondamentale importanza, sempre ai fini del radicamento di una coscienza “repubblicano-nazionale” macedone distinta da quella bulgara, fu poi, nel 1967, la concessione dell’autocefalìa alla chiesa ortodossa locale. La Macedonia Egea, infine, fu al centro di un intenso dibattito interno ai comunisti greci divisi, questi ultimi, sull’opportunità o meno di cederne parte alla Jugoslavia in caso la guerriglia da essi diretta, all’interno della quale importante fu il contributo della minoranza slava locale, avesse avuto la meglio nella guerra civile che in Grecia scoppiò, a ridosso della fine del Secondo Conflitto Mondiale, fra esercito governativo filoccidentale (primariamente sostenuto dai britannico-statunitensi) e guerriglia socialcomunista (primariamente sostenuta dalla R.S.F.J.). La sconfitta di quest’ultima nel 1949 pose fine ad ogni dibattito al riguardo, ed anche ad ogni eventuale ambizione bulgara, ma rese Atene, da allora in avanti, estremamente “sensibile” nei confronti di qualunque “sussulto rivendicatorio”, vero o strumentalmente presunto tale, proveniente da nord.

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3. I giorni nostri (1990-2001)

L’approssimarsi della fine della R.S.F.J. diede spazio alla nascita di numerosi movimenti a carattere nazionalista ed a ridosso delle elezioni multipartitiche del novembre 1990 il partito V.M.R.O.-D.P.M.N.E. del poeta Ljupco Georgievski, che rivendica la propria discendenza dall’O.R.I.M. di Gruev e Delchev, ed il partito M.A.A.K. (Partito di Azione Macedone) chiedono apertamente l’unione di TUTTI i macedoni. L’ex P.C. locale riconvertitosi in S.K.M. (Partito Social-Democratico Macedone), grazie anche alla figura “patriarcale” dell’ex-segretario generale nonché primo presidente della Macedonia indipendente, Kiro Gligorov, ha assunto un ruolo centrale durante gli anni ‘90 anche per esser riuscito, a capo di non pochi governi di coalizione, a traghettare il paese in maniera indolore fuori dalla R.S.F.J. (Dichiarazione di Sovranità del gennaio 1991 e Dichiarazione di Indipendenza del gennaio 1992), ma la progressiva uscita di scena dell’anziano Gligorov, unita alla persistente forza elettorale del V.M.R.O.-D.P.M.N.E., ha sicuramente contribuito ad una progressiva nazionalizzazione della politica macedone in senso maggiormente “slavocentrico” e “bulgarofilo”, rispetto ad una collocazione precedentemente sicuramente più “autonomista” e più “inter-etnica”. La Bulgaria, assieme alla Turchia, ha subito riconosciuto il nuovo stato, pur, “de jure”, continuando a non riconoscere la nazione macedone (nessun problema invece, sotto quest’ultimo profilo, per Ankara), mentre la Grecia, invece, si è, inizialmente almeno, mossa in senso opposto creando ad esso non pochi problemi avendo Atene imposto, al riguardo, il proprio veto all’intera Unione Europea. Accampando l’improbabile esistenza di mai effettivamente provate rivendicazioni territoriali che Skopjie avrebbe avanzato nei suoi confronti, la Grecia temeva, in realtà, che la, peraltro piuttosto ridotta, minoranza slavo-macedone della Macedonia Egea potesse “creare problemi”. Da parte del nuovo stato, in effetti, alcuni segnali non hanno brillato in quanto a “political correctness”. La foto della Torre Bianca di Salonicco è spesso comparsa come stemma d’accompagnamento di buona parte delle pubblicazioni ufficiali macedoni e l’uso, al centro del vessillo nazionale, del motivo del sole, riconducibile a Filippo II e ad Alessandro Il Grande, non è mai risultato estremamente gradito ad Atene. Da ciò il non-riconoscimento iniziale del nuovo stato che però, in considerazione della sua fragilità economico-militare-etnica (almeno 1/5 della popolazione totale è di etnia albanese e vive nelle zone occidentali del paese a contatto diretto, perciò, con la parte “più albanese” della Serbia “propriamente detta”, con il Kosovo e con l’ Albania), è stato revocato nel 1993, con conseguente effetto anche per i restanti membri dell’U.E., anche alla luce del compromesso raggiunto a proposito di un altro tema anch’esso, almeno secondo le autorità greche, possibilmente ricco di “implicazioni revanchiste”: quello del nome. Il nuovo stato infatti, invece del “semplicemente pericoloso” nominativo di “Macedonia” ha ufficialmente adottato, e tutt’ora adotta, quello “complicatamente innocuo” di “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia”. L’avvento di uno stato macedone pienamente indipendente sulla scena internazionale ha dispiegato i propri effetti anche sui macedoni del Pirin: nell’aprile del 1990 nasce la O.M.O.-Iljuden Organizzazione Macedone Unita la quale, dichiaratamente, punta al riconoscimento della nazione macedone ed all’autonomia del Pirin. “Accusata” di ricevere fondi da Skopjie, viene poco dopo sciolta, dalle autorità bulgare, visto il suo “carattere etnico” vietato però dalla Costituzione di Sofia. Il suo posto è stato preso dalla V.M.R.O.-I.M.R.O.-Sayuz-Unione delle Società Macedoni: una delle organizzazioni maggiormente influenti del sud-ovest della Bulgaria. Fautrice di un atteggiamento, ovviamente, filo-macedone essa però non si spinge, per lo meno per il momento, a dichiarare l’esistenza di una diversità etnico-nazional-cultural-linguistica fra macedoni e bulgari. Due ordini di problemi hanno reso difficoltosi i rapporti bulgaro-macedoni durante la seconda metà degli anni ‘90: il primo di essi concerne la questione della lingua. Per tutta la durata del decennio scorso, e con ovvia contrarietà di Skopjie, Sofia non ha riconosciuto l’esistenza di una lingua macedone distinta dal bulgaro e ciò, indubbiamente, ha rappresentato un serio ostacolo rispetto alla conclusione di numerosi trattati economico-politici tra i due paesi, visto il non-accordo sulla lingua nel quale scriverli. Dal 1999 però, la Bulgaria accetta l’esistenza di una lingua macedone differente dal bulgaro, in virtù dei cosiddetti “Accordi Sulla Lingua”, ed il primo ordine dei sopracitati problemi sembra, perciò, essere stato avviato a risoluzione. Per quanto concerne il secondo, invece, il “percorso della distensione reciproca” si è rivelato più complicato. Il prolungato ruolo governativo tenuto a Skopjie, durante gli anni ‘90, dall’ex-P.C. locale, un partito, quest’ultimo, fautore, nella tradizione dell’autonomismo macedone (“jugo-socialista” e non), di un atteggiamento decisamente poco accondiscendente nei confronti delle “attenzioni” provenienti dalla Bulgaria, non ha di certo facilitato, infatti, l’estinguersi delle reciproche tensioni fra Sofia ed il piccolo stato post-jugoslavo. Anche queste, però, sembrano destinate a rientrare anche alla luce dei risultati delle più recenti consultazioni elettorali macedoni che, tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio della decade successiva, sono state caratterizzate, sia a livello parlamentare che presidenziale, dall’affermazione del notevolmente più “filo-bulgaro” V.M.R.O.-D.P.M.N.E. (Ljupco Georgievski vince le elezioni politiche dell’autunno del 1998, mentre Boris Trajkovski prevale in quelle presidenziali del 5-12-99) e che conseguentemente, almeno in teoria, è probabile abbiano già contribuito a rendere meno problematiche le relazioni bilaterali. Gli avvenimenti della parte centrale del 2001, poi, contrassegnati dallo scontro anche armato fra i separatisti macedoni-albanesi dell’U.C.K.-M. e l’esercito regolare macedone come dalle pressioni internazionali dirette tanto ad instaurare a Skopjie un, poi effettivamente insediatosi, quanto più ampio possibile governo di unità nazionale, quanto ad ottenere la, poi effettivamente ottenuta, cessazione delle ostilità (è in un quadro simile che va inserita l’operazione N.A.T.O. denominata “Essential Harvest” e tendente alla “raccolta” di quante più “attrezzature belliche separatiste” possibili), hanno rilanciato, presso i circoli bulgari più ardentemente nazionalisti, l’immagine della Macedonia come “arteria del cuore bulgaro”. Come già durante la guerra del Kosovo, Sofia si mobilita per aiutare militarmente Skopjie(5) e lo stesso premier macedone Georgievski dichiara più volte che il proprio paese “non si farà problema alcuno” nello scegliersi gli alleati da esso ritenuti maggiormente idonei a difenderne l’integrità territoriale. Simili dichiarazioni programmatiche trovano, del resto, adeguata sponda presso l’altro lato del confine. Il 4-3-01, nel corso di un colloquio con il collega Boris Trajkovski, l’allora presidente bulgaro Petar Stoyanov promette appoggi ed aiuti al piccolo stato post-jugoslavo spingendosi addirittura, il giorno seguente, a dichiarare la propria disponibilità, in caso di esplicita richiesta in tal direzione pervenuta da parte di Skopjie, “a porre di fronte al parlamento la questione dell’impiego di nostre truppe per la difesa dell’integrità territoriale della Macedonia” riscuotendo, in tal modo, l’appoggio convinto del quotidiano “Demokracija” (quello della sua parte politica, l’alleanza moderata S.D.S.) ed anche quello, molto meno “roboante” però, sia del quotidiano “indipendente” “Trud”, sia dell’organo del Partito Socialista Bulgaro: il quotidiano “Duma”(6)Nonostante le successive dichiarazioni dell’allora ministro della difesa bulgaro Bojko Noev avessero tentato di “gettare acqua sul fuoco” (“il presidente intendeva esternare il proprio sostegno morale e politico alla Macedonia”), non va dimenticato come, già nell’aprile del 1997, lo stesso Stoyanov avesse definito la Macedonia come “la parte più romantica della storia bulgara”. La “questione macedone” rimane tutt’ora estremamente sentita in Bulgaria e lo dimostrano, una volta di più, i 150 cannoni ed i 150 carri armati (T-55 di fabbricazione sovietica) con i quali Sofia il 16-4-99, nel pieno di una crisi del Kosovo che, anche a causa del massiccio afflusso di profughi di etnia albanese in fuga dalla Federazione Jugoslava, ha seriamente minacciato la stabilità del precario equilibrio etnico del piccolo stato vicino, ha provveduto a rafforzare lo scarsamente fornito esercito macedone (20.000 uomini dotati di soli armamenti leggeri e, fino a quel momento, di soli 4 carri armati, nessuna marina, ovviamente, ma neanche alcuna aeronautica). Infine, l’almeno apparente stabilizzazione interna, realizzatasi durante la seconda metà del 2001, del fragile stato post-jugoslavo (7),, come pure il “terremoto politico” scaturito dai risultati delle elezioni politiche bulgare del giugno del medesimo anno (8), devono ancora dispiegare i propri effetti sullo stato delle relazioni bulgaro-macedoni.

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4. Bibliografia

A.A.V.V., Calendario Atlante ‘De Agostini’ 2002, Istituto Geografico De Agostini, Novara, 2001.
A.A.V.V., Il libro dei fatti 2002, ADN Kronos, Roma 2001.
A.A.V.V., Macedonia-Albania, Le terre mobili, Limes, 2-01.
A.Biagini, F.Guida, Mezzo secolo di socialismo reale. L’Europa centro-orientale dal secondo conflitto mondiale all’era post-comunista, Giappichelli, Torino, 1997.

S.Bianchini, M.Dassù (a cura di), Guida ai paesi dell’Europa centrale,
orientale e balcanica. Annuario politico-economico 2000
, CeSPI-IL Mulino, Bologna, 2000.

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5. Note

1) La collaborazione offerta in tale occasione dall’O.R.I.M. si rivelò particolarmente efficace. A sparare, infatti, fu il macedone Vlado Chernozemski. torna al testo

2) Il riferimento alle teorie al riguardo formulate, a suo tempo, da Gotse Delchev è ben più che evidente. torna al testo

3) Una tradizione che i comunisti jugoslavi faranno propria in chiave “antibulgara”.torna al testo

4) Stalin temeva che la Federazione Balcanica tratteggiata da Tito potesse costituire un “inammissibile concorrente” rispetto al “ruolo guida” del mondo socialista che l’U.R.S.S., non senza, perlomeno, un certo grado di legittimazione, rivendicava ed occupava; Tito temeva che la “mini-Federazione Balcanica” includente solo Belgrado, Sofia e Tirana potesse preludere ad una progressiva limitazione della da lui tanto “venerata” autonomia jugoslava tramite il “cavallo di Troia” bulgaro (“ultra filo-russo” ed “ultra filo-sovietico”); Sofia temeva l’annullamento della propria individualità statal-nazionale in caso di sua sola partecipazione, accanto all’ancor più piccola Albania, all’appena citato progetto di “mini Federazione”. torna al testo

5) Con i socialisti del P.S.B. , però, non esattamente entusiasti al riguardo.torna al testo

6) Decisamente meno concorde con la “giustezza” delle affermazioni dell’allora presidente si mostra, invece, l’altro foglio “indipendente”: il quotidiano “Sega”. torna al testo

7) Trattasi di un risultato ottenuto attraverso la formazione di un “governo di unità nazionale”, tramite il disarmo e lo scioglimento, almeno parziali, dell’U.C.K.-M. , ma anche, e probabilmente soprattutto, nell’ambito della nuova configurazione assunta dal più ampio scenario internazionale in seguito agli attacchi portati, il giorno 11-9-2001, contro New York City e Washington (D.C.). torna al testo

8) A causa di un sempre crescente tasso di sfiducia nei confronti dei “partiti tradizionali”, si è registrata l’affermazione prepotente del nazional-populista Movimento Nazionale che, capeggiato dall’ex-re ed attuale premier del paese, Simeone II, ha ottenuto, limitando la presente “mini-analisi” alle sole 3 maggiori formazioni politiche, il 43,05% dei voti (e 120 seggi su 240) contro il 18,24% (e 51 seggi) della S.D.S. ed il 17,35% ( e 48 seggi) del Partito Socialista Bulgaro.
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