1 DICEMBRE 2004

INTRODUZIONE

La attuale Romania è composta dalla regione di Bucarest, dalla Transilvania, dalla Valacchia, dalla Dobrugia settentrionale (quella meridionale è parte della Bulgaria), dalla Crisena e dal Banato, dalla regione di Maramures e dalla Moldavia “tout court” rumena che include la Bucovina del Sud (mentre quella del Nord attualmente è parte dell’Ucraina).
La Moldavia/Moldova (ex-Moldavia Sovietica, con Moldavia come nome russo e Moldova come nome rumeno-moldavo), cioè l’argomento al centro del presente saggio, è invece quella regione “rumeno-russa” compresa fra il fiume Prut ed i confini orientali della Transdniestria (nome “filo-russo” per “la regione al di là del fiume Dniestr”)/Pridniestrovia (nome russo per “la regione alla sinistra del Dniestr”)/Transnistria (nome “filo-moldavo-rumeno” per “la regione al di là del fiume Nistru”).

DALLA CONQUISTA ROMANA AL PRIMO ARRIVO DEI RUSSI (100 A.C – 1711)

La Moldavia, geograficamente parlando, si estende fra i Carpazi, il fiume Dnestr (nome russo) /Nistru (nome rumeno) ed il Mar Nero.
E’ longitudinalmente attraversata dal fiume Prut che la divide in due: ad ovest, la Moldavia “tout court” romena e parte integrante della Romania; ad est invece, l’attuale Repubblica Moldava, corrispondente grosso modo (si prosegua nella lettura del presente saggio onde approfondire la questione) alla Bessarabia, così nominata in onore del principe Basarab, il primo signore territoriale locale capace di unificare queste terre nel corso del XIII° secolo e di dare loro uno sbocco sul Mar Nero (oggi, però, parte dell’Ucraina).
Dal 100 a.c. fino al 274 d.c., l’area moldava, però largamente intesa, è parte/è sotto l’influenza dell’Impero Romano “tout court”.
Successivamente, è zona, sempre a grandi linee intesa, Romano-Gotica prima (274-375) ed Unno-Romana poi (375-453), mentre nei secoli successivi faranno la loro presenza: Slavi, Avari e Bulgari (6°-9°secolo), Peceneghi-Magiari-Mongoli-Tatari (10-13 secolo), i mercanti bizantini ed italiani.
Liberatasi dai Tatari nel corso della seconda metà del ‘300, la Moldavia subisce l’influenza di Polonia ed Ungheria per i successivi due secoli.
I principi moldavi, però, sanno manovrare con abilità fra i “due contendenti”, garantendosi una sostanziale autonomia che permette loro di trasformare un insieme di principati divisi in uno stato confessionalmente ortodosso ma organizzato secondo il modello della cattolica Polonia.
Con Bogdan, voivoda di Maramures, si sviluppa, infatti, un Principato Autonomo nel 1365 che, da quel momento, prende il nome di “Moldova”, dall’affluente omonimo del fiume Siret, mentre i successori di Bogdan (1365-73), i Musati, ampliano il dominio primitivo (esteso al bacino superiore della Moldova e compreso fra i Carpazi ed il Prut) raggiungendo, contro i Magiari, la foce del Danubio ed il Mar Nero.
Il regno di Stefano il Grande/Stefan Cel Mare (1457-1504) segna, poi, la massima estensione della Moldavia/Bogdania, integrando pienamente le regioni della Bessarabia e della Bucovina (il “fulcro”, in qualche modo, della attuale Repubblica di Moldavia/Moldova).
Il declino della potenza ungherese, però, apre la strada all’avanzata degli Ottomani, con lo scontro fra la Polonia e la “Porta” a sostituirsi a quello polacco-ungherese ed a protrarsi fino alla fine del XVII° secolo, allorchè è la medesima Polonia ad uscire di scena ed i Turchi ad installarsi stabilmente sulle coste settentrionali ed occidentali del Mar Nero.
Come principi di Valacchia, infatti, i voivodi moldavi sono sottoposti ai Turchi, pagano ad essi un forte tributo per ottenerne l’investitura, venendo ogni loro ribellione, inoltre, punita duramente.

LA MOLDAVIA CONTESA FRA LA RUSSIA, LA POLONIA, GLI ASBURGO E L’IMPERO OTTOMANO (1711-1917)

La presenza ottomana in Moldavia, però, trova, subito o quasi, nella Russia un temibile competitore.
Nel corso del XVIII° secolo, lo scontro attraversa fasi alterne, finché, nel 1812, la Bessarabia non entra a far parte dell’Impero Russo.
Nel 1711, con la “Porta” ancora a dominare sull’area, i Russi vi si affacciano per la prima volta, venendone inizialmente respinti, mentre nel 1774, l’Austria ottiene la Moldavia/Moldova del nord, e la rinomina Bucovina, come compenso della mediazione da essa stessa svolta fra Russi e Turchi ormai costantemente rivali, anche armati, per il predominio sulla zona.
La Bessarabia è storicamente prevalentemente rumeno-moldava ad ovest del fiume Dnestr, mentre è russa nella zona della Transdniestria (la zona oltre il fiume Dnestr) e dintorni, in particolar modo dopo vittoria dei Russi sui Turchi nel 1792.
Con il 1812 poi, ed il trattato di Bucarest-Budapest fra Russia e Turchia, ai Russia va la parte orientale della Moldavia intesa in senso più ampio (la rinominano Bessarabia ed è, grosso modo, la attuale Moldova/Moldavia), il resto della Moldavia “tout court” rumena e la Valacchia sono, invece, assegnate a quella che sarà successivamente la Romania, a sua volta sottoposta a protettorato russo, mentre con la Pace di Parigi, seguita alla conclusione della Guerra di Crimea (30-3-1856), si ribadisce la sovranità turca sulla zona e la protezione collettiva su di essa, in chiave anti-russa, da parte della grandi potenze.
Uniti, nel frattempo, nel gennaio del 1859 nella persona di Alessandro G. Cuza, i dal quel momento Principati Uniti di Valacchia e Moldavia (quella rumena “tout court”) daranno in seguito vita alla Romania moderna, mentre la Bessarabia rimarrà parte dell’Impero Russo fino alla fine di quest’ultimo.
In seguito alla svolta del 1812, le caratteristiche etniche e sociali della regione subiscono mutamenti ingenti: arrivano comunità russofone (e si concentrano nelle aree urbane) e turco-gagauze (giunte nelle aree rurali del super sfuggire alle repressioni ottomane e garantite, nel loro diritto di restare nei loro nuovi loghi di insediamento, dalla loro conversione dall’islam al cristianesimo ortodosso).
Nel corso del XIX° secolo, il paese viene sottoposto ad un’importante russificazione, che comporta, anche, l’introduzione dei metodi di controllo sociale in uso nell’Impero Zarista.
Tra di essi spicca tristemente la pratica dei “pogrom” (periodici massacri anti-ebraici ad arte provocati dalla polizia-proprio la polizia zarista sarà autrice del “falso anti-ebraico per eccellenza”: i “Protocolli dei Savi di Sion”, dai quali si sarebbe dovuto evincere, senza ombra di dubbio, l’esistenza di un temibilissimo “complotto giudaico” mirante alla dominazione del mondo intero) il più feroce dei quali si verifica a Kishinev(nome russo)/Chishinau(nome rumeno), capitale locale, nel 1903.

LA PRIMA GUERRA MONDIALE, LA RIVOLUZIONE DEL 1917 E LA SECONDA GUERRA MONDIALE (1917-1944)

Rimasta parte dell’Impero Russo fino al 1917 (dal 1914, a sua volta, l’Impero Zarista era coinvolto nel Primo Conflitto Mondiale), la Bessarabia, in seguito ai moti di febbraio ed alla Rivoluzione d’Ottobre, vede i propri circoli nazionalisti dare vita allo “Staful Tarji” (Consiglio Nazionale) che, nel dicembre del 1917, dà vita alla Repubblica Democratica Moldava.
Una simile decisione provoca la reazione dei Bolscevichi, appoggiati da reparti russi ed ucraini, mentre lo “Staful” fa appello alle truppe romene, con l’aiuto delle quali, cacciati i Bolscevichi, proclama l’annessione (atto, questo, mai riconosciuto da Mosca) con la, in quel momento “Grande”, Romania (27-3-1918).
I rapporti tra Bessarabi e Romeni, all’interno della “Grande Romania” del primo dopoguerra, si rivelano più difficili del previsto e l’U.R.S.S., anche in quanto esplicitamente per nulla disposta ad accettare quanto avvenuto nel 1918, dà vita, nel 1924, all’Oblast Autonomo Moldavo Transdniestrino all’interno della R.S.S. Ucraina, successivamente trasformato in Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Moldava (14 distretti), con la capitale, nel 1929 trasferita da Balta (attualmente in Ucraina) a Tiraspol.
Mosca, inoltre, commissiona a linguisti ed etnologi il rafforzamento, anche importante, di una “specificità moldava” distinta da quella romena e fa la propria prima apparizione la lingua moldava: una inflessione dialettale romena caratterizzata dall’uso dell’alfabeto cirillico.
Nel 1940, nell’ambito dell’applicazione dei Protocolli Segreti del Patto Molotov-Ribbentropp, l’Unione Sovietica prende la Bessarabia, la quale, unita alla Transdniestria ma privata della costa (Bessarabia del Sud), data, invece, alla RSS Ucraina, darà vita alla Repubblica Socialista Sovietica Moldava (con capitale Kishinev-in russo-/Chishinau-in romeno), con la parte settentrionale della Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Moldava (Bucovina del Nord) ceduta alla R.S.S. Ucraina e con la slavizzazione, in quel momento già cominciata, interrotta, nel 1941, dalla conquista della R.S.S. Moldavia/Moldova da parte dell’alleanza nazista e rumeno-fascista a seguito immediato della quale, se non in perfetta contemporaneità, ha inizio una massiccia persecuzione in primo luogo anti-comunista, anti-slava ed anti-ebraica.

IL PERIODO SOVIETICO (1944-1991)

Con la riconquista da parte dell’Armata Rossa (agosto 1944) ed il Trattato di Pace di Parigi del 1947, anche ufficialmente la Romania rinuncia alla Moldavia/Moldova nell’ambito del cui territorio le Autorità Sovietiche, tra l’altro, danno il via ad una nuova slavizzazione, re-introducono l’alfabeto cirillico per l’idioma moldavo-rumeno, ri-sanciscono il ruolo del russo come lingua co-ufficiale della Repubblica accanto al moldavo-rumeno medesimo e collettivizzano l’agricoltura che, tra l’altro, comporta la deportazione dei “kulaki” locali.
Inserita all’interno della realtà sovietica, la R.S.S. Moldavia, il cui territorio si estende su una delle regioni europee storicamente più arretrate, conosce un periodo, precedentemente mai verificatosi, di sviluppo economico, sociale, culturale, per un livello di benessere, caratterizzato, anche, dall’industrializzazione (nella già sovietica ed in sé in prevalenza etnicamente slava Transdniestria/Transnistria si tratta di un processo già avviato) e dall’afflusso di manodopera esterna, prima di tutto russa ed ucraina.
Un’identità nazionale rumeno-moldava è comunque presente, accanto, però, ad una anche ufficialmente perseguita (in risposta anche al “Comunismo Nazionale Rumeno” prima di Gheorghiu-Dej e poi di Ceacescu) esistenza di una identità 100% moldava a sé stante, e, complessivamente, nel 1989 la Moldavia/Moldova, fra le Repubbliche Europee dell’Unione Sovietica, è una tra quelle con le percentuali più basse (65% nel caso moldavo) di popolazione autoctona, oltre ad essere una delle più rurali in assoluto.
Il Partito Comunista Moldavo è stato diretto, dal 1961 ai primi anni’80, da Ivan Bodjul (legato a Breznev), al quale, poco prima dei tempi di perestrojka e glasnost, succede Simeon Grosu che a sua volta, nel 1989, deve cedere il potere al riformista Petru Lucinschi.
Avviatasi l’ “era-Gorbachev”, nasce, inizialmente come “movimento di appoggio alle riforme”, il Fronte Repubblicano-Nazionale-Popolare Moldavo (maggio 1989) “per la Repubblica Rumena di Moldavia” al quale, però, subito “rispondono” sia gli Slavi di Moldavia/Moldova (nel corso della seconda metà del 1989, nasce in Transdniestria/Transnistria la formazione “Yedinstvo-Unitatea”) che i Gagauzi (nel novembre del 1989, con il loro partito “Halki”): entrambe queste due componenti, infatti, fermamente contrarie all’unione fra la Moldavia/Moldova e la Romania.
Già nel 1989, il Fronte riesce ad impedire le celebrazioni moldave del 7-11 (anniversario della Rivoluzione d’Ottobre) ed è anche su pressione della piazza nazionalista rumeno-moldava ed anti-sovietica che l’anch’egli ritenuto “troppo brezneviano” Grosu viene sostituito con Lucinschi.
Quest’ultimo, allora Primo Segretario del Partito, e Mircea Snegur, allora a capo del Soviet Supremo Moldavo, sarebbero stati i protagonisti della fase successiva della storia moldava.
Snegur, mantenendo una posizione “autonoma”, si avvicina ai nazionalisti filo-romeni del Fronte Popolare, vincitori delle elezioni del 1990, ottenendo la rielezione alla testa del parlamento in cambio della nomina d Mircea Druc a premier.
Durc, fautore di una politica estremista e provocatoria di fortissima “derussificazione” ed al limite della pulizia etnica, induce Russofoni e Gagauzi ad organizzarsi politicamente, appunto, gli uni nella Transdniestria/Transnistria (il territorio più ricco ed industrializzato), ed i secondi nelle aree rurali del sud.
Il siluramento dell’appena citato Druc non vale a placare una tensione in gran parte da egli ormai troppo sobillata, e la proclamazione dell’indipendenza moldava (fine del 1991) provoca la secessione dei Russofoni.
Nel corso, quindi, dell’ultima parte del periodo della Moldavia Sovietica, viene reintrodotto l’alfabeto latino per una lingua nazionale che definita “moldavo” (si badi bene), e non “rumeno” (tramite un compromesso, prima di tutto, fra anti-sovietici e “Comunisti Nazionali”), di lì a poco sarà l’unica lingua ufficiale della Repubblica (precedentemente, invece, aveva condiviso tale status con il russo), mentre alle elezioni per il Soviet Supremo Repubblicano del febbraio-marzo 1990, come già sostenuto poco sopra, è il Fronte a vincere, con annessi: fine del ruolo-guida del PC Moldavo, cambio di nome della Repubblica da “Moldavija” (russo) in “Moldova” (rumena) e mutamento della bandiera repubblicana dal rosso-verde sovietico al tricolore romeno con al centro il tradizionale “stemma nazionale” moldavo.
Ad un simile sviluppo politico farà seguito, nel giugno del medesimo anno, la dichiarazione di sovranità della Moldavia/Moldova (ovvero l’equiparazione delle leggi repubblicane a quelle dell’Unione), di lì a pochissimo seguita dalla proclamazione della sovranità della Repubblica Socialista Sovietica della Gagauzia (agosto 1990) e della sovranità della Repubblica Socialista Sovietica della Transdniestria/Transnistria (settembre 1990), delle quali, nel dicembre del 1991, vengono eletti presidenti, rispettivamente, Stepan Topal e Igor Smirnov.
A seguito anche della richiesta, da parte di alcuni elementi più accesamente rumeno-nazionalisti, della unione fra Moldavia/Moldova e Romania (inizio del 1991), della scissione sviluppatasi all’interno del PC Moldavo e che porta alla nascita di un PC Moldavo Indipendentista (aprile 1991) e dello pseudo-golpe dell’agosto del 1991 (se il suo scopo era salvare l’U.R.S.S., perché non ha preso di mira il presidente russo-nazionalista Eltsin deciso a scardinarla invece che il “tremebondo” ma comunque fautore della “Nuova U.R.S.S.” Gorbachev?), anche la Moldavia/Moldova, a partire ufficialmente dall’1-1-1992, è indipendente anche se, fino ad una simile conclusione, ed oltre, ovviamente, a quella indipendentista (a sua volta, anche se forse solo in un successivo momento, divisa fra “indipendentisti tout court”, “indipendentisti temporanei filo-romeni” e “neo-integrazionisti post-sovietici”), esistevano almeno altre due correnti all’interno del movimento nazionale-nazionalista moldavo: quella favorevole ad un ampia autonomia nell’ambito dell’Unione Sovietica e quella più esplicitamente irredentista e pronta, da subito, all’unione con Bucarest.

Dal 1992 al 2004

Eletto presidente della Repubblica di Moldavia/Moldova nel dicembre del 1991, Snegur sottoscrive la Dichiarazione di Alma Ata onde far sì che la Moldavia/Moldova entri a far parte della C.S.I., ma la relativa ratifica da parte del parlamento moldavo c’è solo nell’aprile del 1994, mentre, sotto il profilo della politica interna chiama alla guida del governo il premier Andei Sangheli, propugnatore di un corso centrista confermato, questo corso, anche dal ritorno sulla scena politica dell’ex-segretario comunista Licinschi, prima inviato a Mosca come ambasciatore, poi nominato presidente del parlamento dopo il fallito tentativo dei filo-romeni di muovere le piazze contro Snegur.
Ottenuti nel 1992, sia la clausola della “Nazione Più Favorita”, da parte degli Stati Uniti, che, sempre dal 1992, fondi e prestiti da parte di F.M.I. e B.M., la Moldavia/Moldova (34mila chilometri quadrati di superficie per una popolazione di circa 4 milioni di abitanti) conosce, dal marzo del 1992, una situazione di stato di emergenza proclamato, prima di tutto, a ridosso della battaglia di Bandery (in russo)/Tighina (in rumeno), città posta sulla riva occidentale del Dniestr, fra le forze moldave e le forze transdniestrine.
Le prime respingono temporaneamente le seconde ad est ma l’aiuto ucraino e soprattutto russo giunto a queste ultime e portato dalla 14° Armata Sovietica/Russa, lì dislocata dal 1956 (attualmente forte di circa 3000 uomini, 108 carri armati T/64, 7 elicotteri, 214 veicoli da combattimento per la fanteria meccanizzata e 125 pezzi di artiglieria pesante) ed unita tanto ad un “gruppo operativo” di 5000 uomini quanto da non pochi “miliziani cosacchi-volontari”, le pone in una posizione agevole dalla quale negoziare il cessate il fuoco firmato, poi, dal presidente russo Boris Eltsin e da quello moldavo Mircea Snegur, nel luglio del medesimo 1992, ed assicurato, nella sua tenuta, da una forza militare “multilaterale” di pace, a guida russa ed a partecipazione tanto moldava quanto transdniestrina.
Le elezione politiche del 27-2-1994 ed il referendum teso a ribadire l’indipendenza della Moldavia/Moldova, 6-3-1994, sembrano, nel frattempo, aver posto una fine (definitiva?) ai “sogni unionistici” moldavo-rumeni, almeno per quanto concerne Kishinev/Chishinau.
Sono prevalsi infatti, ed in parlamento con la maggioranza assoluta dei seggi, il nazionalista ma non annessionista Partito Democratico Agrario e la linea del nel frattempo (ulteriormente?) “modernizzatosi” presidente Snegur, fondata sull’assunto dei “due stati romeni, uno accanto all’altro”.
Inoltre, il governo di Kishinev/Chishinau ha aderito alla C.S.I. e continua a mantenere forti legami con Russa ed Ucraina, anche se restano le tendenze annessionistico-unioniste fra parte degli intellettuali moldavo-rumeni e da parte del Fronte Popolare Democratico-Cristiano moldavo-rumeno (estrema destra ultra-revanscista, ultra-nazionalista ed ultra-religiosa).
Permane, poi, la questione della lingua nazionale: si tratta dell’idioma moldavo, come sostiene anche la costituzione (POST-sovietica, si badi bene) o di quello rumeno?
Da presidente della repubblica, Mircea Snegur, adottando un “refrain” tipico dei nazionalisti moldavi filo-rumeni, si è espresso, nell’aprile del 1995, a favore del romeno come “vero nome della nostra lingua” (“affermare che i Moldavi non parlano rumeno equivale a sostenere che gli Austriaci non parlano tedesco”) e del mutamento dell’articolo 13 della costituzione che definisce la lingua moldava come idioma di stato.
A proposito di idiomi ed alfabeti, va ricordato che dopo l’estensione del cirillico alla Repubbliche turcofone dell’Unione Sovietica, Stalin, nel 1940, lo introduce anche in Moldavia/Moldova.
In questo caso però, nonostante dai più si ignori sistematicamente un simile dato di fatto, si tratta di un ritorno al passato perché, fino all’unificazione dei Principati di Moldavia e Valacchia, il moldavo-rumeno, qui, si scriveva in cirillico e, nel territorio dell’attuale Repubblica di Moldavia/Moldova, solo nel corso del periodo dell’unione con la “Grande Romania” (1918-1940) e dell’occupazione rumeno-fascista e nazista (1941-1944) si usano i caratteri latini.
Nel corso del periodo sovietico, poi, vengono postulate sia, da un lato, la diversità fra rumeno e moldavo, sia, dall’altro, la maggiore idoneità dell’alfabeto cirillico all’idioma moldavo.
Che lingua parlano, dunque, i Moldavi?
Il romeno, come sostengono, prima di tutto, gli esponenti del Fronte Popolare Cristiano Democratico, o il moldavo, come, invece, sostiene chi si rifà, almeno parzialmente, alla tradizione sovietica, la quale identifica un determinato idioma con un determinato popolo e che, quindi, considera l’introduzione del rumeno, come idioma dei Moldavi, un cambio di status della medesima Repubblica di Moldavia/Moldova?
Le similitudini reciproche sono comunque notevoli; il punto è che optare per una definizione o l’altra equivale a compiere una scelta politica precisa.
Il discorso di Snegur (“abbiamo inserito nella costituzione il termine moldavo per frenare chi voleva subito l’unione con la Romania ma ora, che l’indipendenza moldava si è consolidata, è tempo di affrontare il problema”) spacca, però, il Partito Democratico Agrario in quel momento al governo, non piace alla sinistra moldava (decisamente più aperta verso gli Slavi di Moldavia/Moldova) e, soprattutto, non è per nulla gradita alla Transdniestria/Transnistria che identifica, nel cambio del nome dell’idioma da moldavo in rumeno, il primo passo dell’unificazione fra Kishinev/Chishinau e Bucarest.
Snegur è uno dei pochi esponenti del PC Moldavo che, nel corso dell’epoca sovietica, si schiera per il rumeno-moldavo come lingua di stato, mentre, a partire dal 1992, fa proprio il tema dei “due stati romeni, uno accanto all’altro” con il quale, anche, porta il suo Partito Democratico Agrario al governo.
In netta contrapposizione anche a quanto appena sopra, il Fronte Popolare Cristiano Democratico, assieme ai, peraltro non pochi, nazionalisti della “Grande Romania”, rimane il solo a schierarsi per l’unificazione fra Moldavia/Moldova e Romania, includendovi, per di più, anche le città di Bilhorod-Dnistrovskji (Hotin-Cetatea Alba, in rumeno) oggi, però, parte del territorio ucraino.
Lo slogan, però, del governo agrario, relativo al “no ai Moldavi come cittadini di seconda classe in una Romania allargata”, ha fatto realmente breccia presso l’elettorato del paese, in occasione delle consultazioni della prima parte del 1994, unito anche, tanto, ai mai sopiti negativi ricordi delle vessazioni subite dalla Bessarabia ai tempi della “Grande Romania”, quanto, agli imprescindibili legami economici fra la Moldavia/Moldova e la Confederazione degli Stati Indipendenti che hanno infine, di lì a pochissimo, spinto la prima ad aderire alla seconda.
Il sistema produttivo moldavo, infatti, è strettamente connesso con quello dello spazio ex-sovietico e buona parte degli impianti industriali del paese è dislocato in Transdniestria/Transnistria a sua volta, quest’ultima, più vicina al porto ucraino di Odessa che a Kishinev/Chishinau.
A seguito, comunque, di manifestazioni aggressivamente irredentiste ed ultra-nazionaliste, convocate su una piattaforma nazionalistico-irredentistica anche sotto il profilo linguistico, il governo (non certo comunista, si badi bene) di Andrei Sengheli, nel luglio del 1995, ha varato una legge restrittiva riguardo al diritto di manifestare in luoghi pubblici.
Per protesta, Snegur ed altri 12 deputati del Partito Democratico Agrario hanno fondato il Partito della Rinascita Nazionale, con il medesimo Snegur, però, battuto al ballottaggio, del dicembre 1996, dall’ancor meno di lui filo-russo Petru Luchinschi.
Approfondendo, poi, l’analisi della politica interna moldava del periodo 1994-1996, va notato come il “triumvirato” Snegur-Sangheli-Lucinschi, con l’appoggio della coalizione di, più o meno, centro-sinistra fra agrari e socialisti (vincitrice delle elezioni anticipate del 1994), abbia provato a guidare il paese sulla base di una piattaforma “moldava”, autonoma rispetto a Bucarest e Mosca ma più vicino alla Russia: nella costituzione approvata nel 1994 infatti, come già precedentemente ricordato, non viene inserito alcun riferimento al popolo o alla lingua romena.
L’accordo fra i tre esponenti politici si rompe, però, nel 1995.
Luchinschi, infatti, guida una scissione a sinistra del Partito Democratico Agrario (PDA), dando vita al Partito per il Progresso Sociale in Moldavia (PPSM), mentre Snegur raccoglie l’ala destra del PDA nel Partito per la Rinascita e la Conciliazione della Moldavia (PRCM) e cerca, esplicitamente, un accordo con i filo-romeni.
La vittoria del primo alla presidenziale del 1996, tuttavia, segna il tramonto dell’ipotesi di incorporazione della Moldavia/Moldova nella Romania.
Il governo di Kishinev/Chishinau, di lì a poco, entra nel Consiglio d’Europa e, dal novembre del 1996, è membro anche della Iniziativa Centro-Europea.
Nell’ottobre del 1994, tornando nel frattempo alla questione transdniestrina, vengono stipulati appositi accordi fra Moldavia/Modova e Russia per il ritiro delle truppe di Mosca dall’area, mai, però, entrati in vigore soprattutto (ma non solo) per l’opposizione transdniestrina, mentre il memorandum del 1997 per la risoluzione del conflitto in un solo stato non viene implementato anche a causa della controversia scoppiata al summit della C.S.I. di Kishinev/Chishinau dell’ottobre 1997.
In occasione di esso, infatti, la Transdniestria/Transnistria chiede di essere accettata come membro a pieno titolo e, come rappresaglia contro un simile rifiuto, è Smirnov a disertare il vertice a quattro originariamente programmato con la partecipazione del nel frattempo eletto nuovo presidente moldavo Petru Luchinschi, Boris Yeltsin ed il presidente ucraino Leonid Kuchma.
Membro del progetto Partnership For Peace dal 1994, la Moldavia/Moldova, nel maggio del 1999, ha siglato un accordo di partnership e cooperazione con l’Unione Europea, mentre nell’agosto del medesimo anno, tra Kiev e Kishinev/Chishinau viene definito, definitivamente, il tracciato della mutua frontiera che si è stabilito essere quella interrepubblicana del periodo sovietico.
Nell’ottobre del 2000, poi, i rinnovati colloqui di pace fra Russia, Ucraina e Moldavia/Moldova non approdano ad alcunché, visto il rifiuto dei rappresentanti transdniestrini di essere inclusi nell’ambito della delegazione moldava.
Divenuto, a partire dal 1992, il paese più povero d’Europa e con enormi problemi economico-sociali, di corruzione e di criminalità (anche nella capitale Kishinev/Chishinau acqua, elettricità e riscaldamento possono non essere regolari nella loro erogazione), la Moldavia/Moldova ha intrapreso, a partire dalle elezioni politiche del febbraio del 2001, un radicale cambio di corso politico, a seguito della netta vittoria del Partito Comunista Moldavo (la stanchezza per dieci anni, circa, di devastazione socio-economico-politica come una delle ragioni fondamentali di un simile mutamento) ribadita, a sua volta, dall’altrettanto chiara affermazione del candidato comunista, Vladimir Voronin, alle presidenziali dell’aprile del medesimo anno, sulla scorta di una piattaforma politico-programmatica vertente sul ripristino e sull’intensificazione dei legami con lo spazio ora post-sovietico, di un ulteriore approfondimento dei legami con la Russia, della possibile adesione moldava all’Unione delle Repubbliche Sovrane, fra Russia e Bielorussia, e di un impegno maggiore per la risoluzione della questione transdniestrina.
In un ulteriore sforzo di consolidamento dell’identità nazionale, anche in contrapposizione all’annessionismo filo-rumeno (che comunque non rinuncia a mobilitare la piazza in numeri, però, rarmente rilevanti), il governo comunista moldavo, tra l’altro, ha reintrodotto nelle scuole il russo come idioma obbligatorio (ma non a scapito del moldavo) e ne ha fatto la seconda lingua ufficiale del paese, affiancandolo, poi, allo studio della storia e della letteratura nazionali moldave (inserite al posto della storia e della letteratura rumene che a loro volta, a partire dal 1992, avevano spadroneggiato, in luogo dell’insegnamento della storia e della letteratura moldave e delle altre Repubbliche Sovietiche), mentre, dal punto di vista della politica economica, si è registrato un ritorno parziale all’economia di piano ed alle cooperative agricole statali del tipo dei “kolchoz” sovietici.
A partire dall’1-7-2001, Moldavi e Rumeni necessitano di passaporto per varcare la frontiera comune: si è trattato di un importante irrigidimento della frontiera orientale dell’U.E. allargata, dal 2007 in poi (dopo l’ingresso di Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Slovenia, Cipro Greca e Malta), anche a Romania e Bulgaria?
In ogni caso, ne è risultato un ulteriore avvicinamento (tutt’altro che necessariamente “sbagliato”, tra l’altro) della Moldavia/Moldova verso l’est, anche nonostante le centinaia di migliaia di Moldavi che lavorano illegalmente in occidente per sfuggire alla gravissima crisi economico-politico-sociale che ha investito il paese nel suo passaggio da Repubblica Socialista Sovietica a Repubblica Indipendente di stampo liberal-borghese.
Dal 1945 al 1990, il confine Romeno-Moldavo (Sovietico) è praticamente ermetico ma con la sua apertura, in coincidenza tutt’altro che casuale con la fine dell’Unione Sovietica, sembra, in un primo momento almeno, che nulla possa fermare l’unificazione.
I nazionalisti annessionisti rumeno-moldavi perdono, però, il momento giusto?
Sta di fatto che già l’elezione alla presidenza del moderato nazionalista moldavo Snegur pone un freno all’abbraccio fra Bucarest e Kishinev/Chishinau.
Del resto, i motivi di un “precoce disinteresse” moldavo rispetto all’unificazione con la Romania non mancano: i periodi 1918-1940 e 1941-1944 hanno messo brutalmente a contatto i Moldavi con il prevaricatorio comportamento centralista dei funzionari giunti da Bucarest; gli inizi degli anni ’90 hanno fatto temere ai Moldavi una nuova emarginazione in una nuova “Grande Romania”; la situazione politico-economica romena, fino al 1992-93, ha costituito uno spauracchio per i Moldavi, in quel momento maggiormente benestanti dei Rumeni; le minoranze etniche moldave (prima di tutto Russi, Ucraini e Gagauzi) hanno chiaramente mostrato di prediligere la secessione dalla Moldavia/Moldova all’unione di questa con Bucarest.
Nel corso del decennio ’90, poi, sono mutati notevolmente i termini della situazione, in particolar modo dopo che la Romania ha avviato i negoziati per la sua adesione sia all’Alleanza Atlantica che, soprattutto, all’U.E., con conseguenze certamente rilevanti, in senso negativo, per le relazioni fra Kishinev/Chishinau e Bucarest.
L’economia rumena, inoltre, è ormai inserita nell’orbita euro-occidentale, come testimoniano, ad esempio, i massicci investimenti da parte di tante piccole e medie imprese, in particolare provenienti dal nostro nord-est ed in particolare rivolti alla zona di Timisoara.
Posto, poi, a 100 l’indice del volume del P.I.L. rumeno del 1989, quello del 2000, nonostante gli 1,2 miliardi di euro ricevuti in aiuti finanziari da parte di Bruxelles (52 euro per abitante) e gli investimenti diretti per 8 miliardi di euro (348 euro per abitante)-in entrambi i casi, si tratta del periodo che va dal 1991 al 2000-raggiunge la cifra di 82, mentre per quanto concerne la Moldavia/Moldova, posto a 100 l’indice del volume del P.I.L. nel 1995 (un 100, a sua volta, certamente inferiore al 100 dell’ultimo anno dell’epoca sovietica), esso cala, nel 2000, a 62, anche nonostante i 95 milioni di euro di aiuti ricevuti dall’U.E. (21 euro per abitante) ed i 550 milioni di euro di investimenti diretti (122 euro per abitante)-in entrambi i casi, si tratta del periodo 1992-2000.
Nel 2000, inoltre, il P.I.L. annuo pro-capite rumeno cala a 1540 dollari statunitensi (dai 1568 del 1995), con quello moldavo che, nel corso del medesimo lasso di tempo, giunge a 296 dollari statunitensi (dai 470 di cinque anni prima).
Non certo ben disposti rispetto all’atteggiamento sprezzante che i Rumeni hanno storicamente avuto nei loro confronti e colti a metà strada fra spaventoso immiserimento post-sovietico ed obiettiva lontananza in primo luogo dall’Unione Europea, non stupisce, dunque che i Moldavi abbiano ricominciato a guardare sempre più verso oriente.
L’introduzione, a partire dall’1-7-2001, del passaporto affinché i Moldavi possano entrare in Romania, ha poi ulteriormente agevolato l’avvicinamento verso Mosca.
Nel corso di tutta la decade ’90, o quasi, bastava invece soltanto la carta di identità.
Ma l’irrigidimento di cui appena sopra, primo passo per l’incremento della sicurezza delle frontiere che Bruxelles chiede a Bucarest di realizzare affinché quest’ultima sia pronta per l’ingresso nell’Unione nel 2007 ed al quale Kishinev/Chishinau ha risposto specularmente, ha inoltre colpito una relativamente fiorente economia transfrontaliera fatta di commerci di ogni genere, legali e non.
Bucarest e Bruxelles, dal canto loro, hanno promesso alla Moldavia/Moldova 1 milione di dollari statunitensi a testa, in primo luogo diretti alla sovvenzione delle spese relative ai passaporti.
Però, più la Romania si avvicina alle istituzioni occidentali, più si aggrava la già non facile condizione sia di chi si avvia ad emigrare dalla Moldavia/Moldova verso ovest che degli oltre 600mila Moldavi che già lì lavorano illegalmente pur essendovi entrati con ingresso legale: molti fra di essi hanno acquistato i visti Schengen da “apposite agenzie di viaggio”, anche in connivenza con le relative ambasciate?
In ogni caso, esiste anche l’escamotage della doppia cittadinanza moldavo-rumena che, per i Moldavi di origine e/o lingua romena, non sembra attualmente eccessivamente difficile da ottenere e che, con il passaporto rumeno fra non molto sufficiente per i paesi Schengen, potrebbe aiutare potenzialmente non pochi a superare l’ostacolo del visto.
Sesto produttore agricolo ai tempi dell’Unione Sovietica, e tutt’ora paese in cui il settore primario riveste un’importanza fondamentale, la Moldavia/Moldova, nel passaggio dal socialismo reale alla liberaldemocrazia, ha visto il volume totale della propria economia nazionale ridursi ad 1/3 di quanto era nel 1991.
Caratterizzata da una valuta nazionale, il leu moldavo, decisamente debole, la Moldavia/Moldova, nell’aprile del 2000, ha visto sia il F.M.I. che la B.M. interrompere il “sostegno” che essa da questi ultimi fino a quel momento aveva ricevuto, anche causa la mancata privatizzazione del proprio settore nazionale del tabacco e del vino.
Inutile, o quasi, puntualizzare come tale relazione fra Kishinev/Chishinau e le principali istituzioni finanziarie mondiali sia decisamente ed subitaneamente migliorata con l’approvazione, da parte del parlamento moldavo, della relativa legge di privatizzazione del settore in questione (ottobre 2000).
Stando al Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite, il 90% dei cittadini moldavi, dopo circa un decennio di liberismo, vive con meno di 2 dollari statunitensi al giorno e notevoli sono state le proteste, fra gli altri, dei sindacati (giugno 1999) e degli studenti (aprile 2000).
A partire dal 1992, la popolazione totale è calata almeno del 2% a causa del combinato disposto di massiccia emigrazione, calo drastico della natalità ed aumento terrificante della mortalità infantile, giunta, quest’ultima, a livelli di per lo meno “ante-terzo mondo”.
In Moldavia/Moldova abitano, stando all’ultimo censimento ufficiale, 4,5 milioni di abitanti.
Di essi, il 65% sono Moldavo-Rumeni, il 14% Russi, il 12% Ucraini, il 2,5% Gagauzi, il 3% Bielorussi, il 2% Roma (Nomadi), l’1% Ebrei, lo 0,5% Polacchi, lo 0,5% Bulgari; con Russi ed Ucraini, in Transdniestria, a costituire il 60% della popolazione totale.
Il 98% dei cittadini moldavi sono cristiani ortodossi e la Chiesa Ortodossa Moldava-Patriarcato di Mosca è l’unica Chiesa ufficialmente riconosciuta dallo stato.
Esiste anche la Chiesa Ortodossa della Bessarabia-Patriarcato di Bucarest, staccatasi da quella fedele a Mosca nel 1992, ma, alla metà del 1997, la Corte Suprema Moldava ha cassato la decisione della Corte di Appello che ne legalizzava la presenza.
Nel giugno del 1998, la Chiesa Ortodossa della Bessarabia-Patriarcato di Bucarest ha presentato ricorso, accolto, presso la Corte Europea dei Diritti Umani, ma nel febbraio del 2000 il governo moldavo ha ribadito il proprio “no”.
L’idioma moldavo è un dialetto rumeno per il quale l’alfabeto cirillico è stato introdotto solo nel corso del periodo sovietico ed in Moldavia/Moldova, esso, nuovamente scritto con caratteri latini, è la lingua predominante (nel corso del periodo sovietico, invece, il moldavo scritto in cirillico ed il russo erano entrambe le lingue ufficiali, mentre a partire dalla fine dell’Unione Sovietica il russo è stato retrocesso a “lingua per la comunicazione interetnica” a fronte di un rimasto ufficiale moldavo scritto, però, con caratteri latini), mentre in Transdniestria/Transnistria predominano il russo ed il moldavo scritto, però, con l’alfabeto cirillico.
Va, infine, ricordato come, non solo da parte dei settori più accesi dell’irredentismo moldavo filo-rumeno, sia stato sollevata anche la questione dei territori ex-bessarabo-bucovini da decenni appartenenti, prima, alla RSS Ucraina ed attualmente, invece, all’Ucraina.
La ferma reazione congiunta di Kiev e Mosca sembra però, almeno fino a questo momento, aver tacitato i “richiedenti”.
All’interno del quadro delle relazioni economiche esterne della Moldavia/Moldova, i legami con la C.S.I. sono quelli più intensi ed attualmente la Russia è di gran lunga il suo principale referente commerciale, mentre seconda è l’Ucraina e terza la Romania.
La collaborazione con l’U.E. assorbe, attualmente, un quarto delle esportazioni, per il 70% consistenti in prodotti tessili diretti verso Italia e Germania, nell’ambito del rapporto di subcontracting tra imprenditori dei due paesi di cui appena sopra e piccole aziende manifatturiere moldave.

AGGIORNAMENTO AL DICEMBRE DEL 2004 

A. I più recenti avvenimenti politici interni

Rimandando ai paragrafi precedenti, si ritiene utile ricordare da subito come le prossime consultazioni elettorali in questa repubblica ex-sovietica siano previste per la seconda metà del 2005 e come, da quelle precedenti, e risalenti al 2001, sia uscito vincitore, con 71 seggi su 101, il Partito Comunista di Moldavia. Si tratta di un risultato ascrivibile, tra l’altro, al fortissimo malcontento popolare nei confronti del precedente governo centrista, alla crisi interna della attuale opposizione, alla efficiente organizzazione del PCM, alla sua politica sociale, ai suoi buoni rapporti, in primo luogo, con la Federazione Russa e l’Ucraina.
Nel maggio del 2004, in opposizione all’attuale esecutivo, si è costituita la coalizione centrista “Moldavia Democratica” (MD) dalla unione dell’Alleanza “Nostra Moldavia”, del Partito Democratico, del Partito Social-Liberale. Essa, però, appare disomogenea al proprio interno, con i rapporti fra i suoi tre partiti membri costituenti tutt’altro che sereni. Alla destra di MD, si colloca il Partito Popolare Cristiano Democratico, decisamente, fra l’altro, anti-russo e filo-romeno, mentre alla sinistra del PCM è sorta la lista XXXXX la quale, formata da vari gruppi radicali e da due partiti socialisti (ed a parole attaccando il PCM da sinistra), nei fatti non è escluso si configuri come una “mega lista-civetta/di disturbo” tesa ad indebolire i Comunisti.
Certamente presente, all’interno del più recente dibattito politico interno moldavo, è stata tra l’altro, la questione della riforma, avversata dall’opposizione, della televisione di stato Teleradio-Moldova. Annunciata dal governo nel dicembre del 2003, la riforma in questione, con lo scopo, stando al governo, di rendere TR-M più competitiva e più libera da influenze politiche, è consistita nella creazione di una nuova azienda, la Compagnia Pubblica TR-M la quale, affiancata alla pre-esistente Compagnia Statale TR-M, si è vista affidare le trasmissioni televisive, già di quest’ultima.
I lavoratori della CSTR-M sono stati trasferiti alla nuova compagnia, salvo qualche licenziamento che l’opposizione ritiene politicamente motivato.
Considerando, però, anche queste “controversie mediatiche”, la stabilità dello scenario politico interno moldavo sembra notevole ed attualmente la vittoria del PCM alle prossime elezioni sembra piuttosto probabile.
 

B. Permane irrisolto il nodo della Transdniestria Nuovamente rimandando ai paragrafi precedenti, si ricordi come, alla vigilia dello scioglimento dell’Unione Sovietica, la porzione di territorio moldavo alla sinistra del fiume Dnestr, 700mila persone in larga parte di etnia russa ed ucraina, abbia dichiarato la propria indipendenza dalla Repubblica di Moldavia/Moldova, temendone molto, e non a torto, l’avvicinamento progressivo (se non addirittura l’unificazione) con la Romania. A ciò si aggiunga l’esigenza, non peregrina peraltro, da parte della Russia di mantenere una propria presenza anche militare, non tanto nella Moldavia/Moldova in quanto tale, quanto presso il futuro versante sud-est della Unione Europea.
Il conflitto fra le milizie Transdniestrine/Pridniestrine, supportate dalla 14° armata russa, da un lato, e le truppe regolari moldave, supportate, a loro volta, da numerosi reparti di irregolari, dall’altro, culminò, nella seconda metà del giugno del 1992, nei pressi di Bender (oltre mille i morti).
Nonostante nessuno abbia riconosciuto l’indipendenza della Transdniestria/Pridniestrovia, ogni anno a settembre, nella capitale Tiraspol, se ne festeggia l’anniversario sotto la guida del presidente, ed ex-generale del KGB, Igor Smirnov, “uomo forte” del paese e, secondo non poche fonti, supervisore di svariate attività criminali. La presenza a Tiraspol di esponenti della criminalità russa sembrerebbe evidente e, con la cosiddetta “Brigata Solncevo”, Smirnov ed i vertici dello stato intratterrebbero proficui rapporti in relazione al contrabbando ed al riciclaggio di denaro nonchè al traffico di droga, tecnologie militari ed armi.
Del resto, la presenza della criminalità albanese (a sua volta strettamente legata all’UCK) sembra riscontrabile in Moldavia/Moldova, così come quella: di individui collegati ad organizzazioni terroristiche anche di matrice islamica, di un discreto numero di ceceni e di “misteriose” ong teoricamente impegnate in attività cultural-caritatevoli (si veda l’esempio bosniaco-erzegovese degli anni ’90).
Anche tramite la “Sheriff”, l’unica società autorizzata a commerciare con l’estero (in regime di esenzione da diritti doganali e tasse) e di proprietà di Vladimir Smirnov (primogenito di Igor, mentre l’altro figlio Oleg funge da “plenipotenziario” a Mosca), in Transdniestria/Pridniestrovia si sarebbero riforniti di armi ed equipaggiamenti militari (e tutt’ora lo farebbero): i separatisti ceceni, il clan serbo-nazionalista di Zemun, l’ex-PKK, i combattenti del Nagorno-Karabakh, dell’Ossezia del Sud, dell’Abkhazia, organizzazioni criminali internazionali ed anche Al-Qa’ida, Hamas e gli Hezbollah.
Nel frattempo permane, ed anzi sembra peggiorare, lo stallo con le autorità facenti capo a Kishinev/Chishinau, capitale della Moldavia/Moldova, anche in ragione del manifestarsi della “crisi delle scuole”, a sua volta da far risalire ad una decisione del Soviet Supremo di Tiraspol, annunciata nel settembre del 2003 ed adottata a gennaio del 2004, di far chiudere, a partire dall’inizio dell’anno scolastico 2004-05, le rimanenti 6 scuole dedite all’insegnamento nella lingua moldava (vicina al rumeno) in caratteri latini. Nella maggioranza delle oltre 150 scuole della Transdniestria/Pridniestrovia si insegna in russo, in oltre 10 si insegna sia in russo che in ucraino, in altre oltre 25 in moldavo con caratteri cirillici, nelle rimanenti e suddette 6 (circa 5mila gli studenti frequentanti) in moldavo con caratteri latini. L’ordine di chiusura concernente i 6 istituti in questione, dell’1-7-2004, ha “dato il la” sia ad un’ondata di proteste, sfociate in occupazioni degli edifici scolastici ed in conseguenti interventi delle forze transdniestrine, sia alla reazione, in particolare, del presidente moldavo Vladimir Voronin il quale, rivoltosi, prima di tutto, alla UE, ha denunciato il compiersi di una “pulizia etnico-culturale”. Voronin ha, inoltre, affermato di non essere ulteriormente interessato a negoziare con Tiraspol ma, unicamente e direttamente, con Mosca e Kiev.
L’1-8-2004, il Consiglio Supermo di Sicurezza della Moldavia/Moldova ha decretato il blocco economico nei confronti di una Transdniestria/Pridniestrovia che, oltre ad aver invocato il sostegno russo ed ucraino e ad aver mobilitato le proprie forze, rispondeva alla medesima maniera rispetto a quanto deliberato da Kishinev/Chisinau. Nonostante, poi, il ministro transdniestrino dell’Istruzione abbia ri-registrato, per un anno, due delle scuole in lingua romena con grafia latina chiuse durante l’estate, la tensione, accentuata dal reciproco blocco economico, non accenna a diminuire tanto che, per esempio, l’incontro di calcio Moldavia/Moldova-Italia, valido per le qualificazioni a Germania 2006 ed originariamente previsto allo stadio “Sheriff” di Tiraspol, è stato disputato invece, per motivi di sicurezza, allo “Stadio Repubblicano” di Kishinev/Chishinau.
Del resto, fino a questo momento, le prese di posizione, in primo luogo, di UE, Russia, USA, Ucraina e Romania non sono riuscite nell’intento di stemperare una crisi il cui clima, però, è sembrato, a volte, poter volgere anche per il sereno.
Al vertice Osce di Istanbul del novembre del 1999, per esempio, veniva stabilito, tra l’altro, il ritiro completo delle truppe russe dalla Moldavia/Moldova entro la fine del 2002 ma le comprensibili rimostranze di Tiraspol, unite ad altrettanto comprensibili esigenze di carattere geopolitico, prevenivano un simile sviluppo dall’avverarsi.
Nel novembre del 2003, l’ambasciatore russo a Kishinev/Chishinau rende noto al governo moldavo, a quello transdniestrino ed anche a quello gagauzo (la Gagauzia è una regione autonoma della Moldavia/Moldova sita nel centro-sud del paese ed abitata, prevalentemente, da turcofoni cristianizzati), la cosiddetta “proposta Kozak” (dal cognome dell’inviato speciale e consigliere di Vladimir Putin), alternativa a quella in elaborazione nell’ambito dei negoziati a 5 fra Moldavia/Moldova, Transdniestria/Pridniestrovia, Russia Ucraina e Osce.
Il memorandum in questione prevede la creazione della Repubblica Federale di Moldavia/Moldova, indipendente, neutrale, sovrana e caratterizzata, fra l’altro, dall’elezione diretta del presidente, da un proprio territorio gradualmente smilitarizzato e da autorità centrali in materia di dogane, finanze, moneta e di difesa.
Due i principali fattori di novità rispetto a quanto si sta elaborando in ambito Osce: nessun riferimento a garanzie militari in relazione all’accordo, la Gagauzia viene inserita fra i soggetti della federazione moldava.
In tema di rappresentanza parlamentare, la “proposta Kozak” prevede un sistema bicamerale (al posto dell’attuale monocamerale), con una Camera (71 seggi) ed un Senato (26 seggi-9 per la Transdniestria/Pridniestrovia, 4 per la Gagauzia, il resto per il resto della Moldavia/Moldova), mentre il moldavo, come lingua nazionale, viene affiancato dal russo, come lingua ufficiale (su tutto il territorio federale).
Ben accolto da Tiraspol ed anche, sulle prime, da Kishinev/Chishinau, il memorandum viene però all’improvviso rigettato da Voronin alla fine del 2003, proprio alla vigilia dell’arrivo di Putin in Moldavia/Moldova (visita quindi subito cancellata), a causa non tanto delle proteste dell’opposizione interna moldava quanto delle pressioni di Stati Uniti, Osce ed Unione Europea.
Tra le altre varie proposte recentemente formulate in ambito non ufficiale, risalta, poi, quella elaborata da S.Belkovskij, direttore, vicino alle posizioni del Cremino di Putin, dell’Istituto di Strategia Nazionale di Mosca: la Transdniestria/Pridniestrovia venga internazionalmente riconosciuta (e quindi, ovviamente, instauri un rapporto privilegiato con Mosca), mentre la Moldavia/Moldova si unisca alla Romania.
Oltre all’astuta sollecitazione del nazionalismo romeno, la “proposta Belkovskij” viene incontro anche alle esigenze geopolitico-strategiche russe relative, queste ultime, sia ad evitare un coinvolgimento statunitense negli affari moldavi (come è accaduto, fra l’altro, in Georgia alla fine del 2003), sia al mantenimento di una presenza militare moscovita a ridosso dell’attuale confine sud-orientale dell’Alleanza Atlantica, nonché futuro limite territoriale sud-orientale dell’Unione Europea.
Un proseguimento dell’attuale status quo fa, però, gola non pochi, costituendo “l’indeterminatezza generale” attuale un idoneo terreno sia per l’economia parallela, sia per i traffici illeciti.
Per approfondire:
- J.Cavojska, Un rene per la vita, Respekt, Repubblica Ceca, tradotto in italiano dalla rivista Internazionale del 22-10-2004
- F.Manaresi, Moldavia: crisi nei rapporti con la Transnistria, www.equilibri.net, 12 ottobre 2004
- P.Sartori, Emergenza Transnistria: un ‘buco nero’ da riempire subito, Limes 6/2004
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LA GAGAUZIA 

La Gagauzia è una Repubblica Autonoma di 3000 chilometri quadrati nella Moldavia/Moldova meridionale.
Forte di un proprio parlamento autonomo, la Gagauzia vede i propri 153mila abitanti rappresentati anche dal presidente eletto della propria assemblea, il “Baskan” (il capo), il quale, membro del partito Halki, gode di un seggio assicurato nel parlamento moldavo.
Komrat è la capitale della Gagauzia a sua volta costituita da 3 distretti: Komrat, Caedar-Linge e Vulcanesti.
Esiste poi, in territorio sempre gagauzo, anche il distretto di Tarachia che però, in quanto etnicamente bulgaro, non è considerato Gagauzia “tout court” ma “Moldavia/Moldova tout court” come pure i 3 villaggi etnicamente bulgari del Caedar-Linge ed il villaggio a prevalenza etnica moldavo-rumena nel distretto di Komrat.
I Gagauzi sono una minoranza etnicamente turcomanno-musulmana costituita dai discendenti delle popolazioni turcomanno-musulmane che si stabilirono nel loro attuale territorio per sfuggire alle guerre russo-turche del 18° secolo e che per restarvi, dovendo cristianizzarsi, lo fecero.
La lingua gagauza è un misto fra russo e turco ed i Gagauzi (mentre i Moldavo-Rumeni si rifanno, almeno parzialmente, alla loro tradizione latina ed i Russo-Ucraini a quella slava) mantengono i loro legami con il proprio passato turco-ottomano-islamico.
La Gagauzia ha una propria bandiera, una polizia propria, due settimanali in lingua (l’ “Ana Sozu” ed il “Cerlengaci”) ed un’università almeno parzialmente finanziata dalla Turchia.
Il gagauzo, il moldavo-rumeno ed il russo sono le sue tre lingue ufficiali.
A partire dal 23-12-1994, il governo moldavo riconosce alla Gagauzia una sua propria autonomia e l’articolo 1 della relativa legge sullo status speciale e l’autonomia della Gagauzia sancise la legittimità del diritto dei Gagauzi all’autodeterminazione in caso di mutamento dello status della Repubblica di Moldavia/Moldova.
Si tratta, come da molti in occidente è stato risolutamente sostenuto, della legge sulle autonomie più avanzata di tutta l’Europa Centro-Orientale e di un potenziale ottimo modello per la risoluzione dei conflitti etnico-nazionali in primo luogo nello spazio ex-sovietico?
Non è esattamente così ed anzi, sfruttando astutamente la non-continuità etnico-territoriale dell’elemento gagauzo all’interno di quella parte di territorio moldavo ove esso, complessivamente, è pur prevalente, la legge in questione prevede che l’eventuale referendum indipendentista gagauzo si possa tenere soltanto nei villaggi e nelle città all’interno delle quali l’elemento etnico gagauzo in questione costituisca almeno il 50,01% della popolazione totale.
Ed alla luce, quindi, della presenza sparsa, in territorio gagauzo, di sacche etniche allogene, la continuità territoriale della eventualmente in tal modo nata Gagauzia indipendente ne risulterebbe chiaramente compromessa, non potendosi, infatti, tenere il menzionato referendum nelle in essa presenti e sparse zone etnicamente allogene.
Come assicurare, dunque, la praticabilità reale dell’eventuale indipendenza di uno stato privo di continuità territoriale?
Appare evidente, dunque, come la legge di cui appena sopra costituisca un “divieto morbido”, fatto ai Gagauzi, di perseguire la propria indipendenza, anche se è bene mai dimenticare i disastri prodotti dall’applicazione “testarda” del principio dell’autodeterminazione dei popoli e dall’uso inequivocabilmente fazioso e “geopoliticamente manipolato” che di esso è stato fatto, prima di tutto, nella ex-Jugoslavia e nella ex-Unione Sovietica.
Perché, infatti, è stato, ad esempio, riconosciuto il diritto alla secessione degli Sloveni, dei Croati di Croazia, dei Croati dell’Erzegovina e dei Musulmano-Bosniaci ma non quello dei Serbi di Croazia e dei Serbi di Bosnia?
Perché è stata addirittura intrapresa una guerra di aggressione per sostenere il secessionismo albanese-kosovaro, mentre ora si tengono i Serbi del nord del Kosovo prigionieri in un Kosovo fintamente pacificato e “de facto” indipendente?
E dopo che lo si è così massicciamente aiutato e sostenuto, come bloccare il nazionalismo secessionista albanese nel Montenegro del sud, nella Serbia del sud (Presevo, Medvedja, Bujanovac) e nella Macedonia nord-occidentale ed occidentale?
Perché si è riconosciuto il diritto alla secessione delle etnie non russe dell’Unione Sovietica, mentre se le minoranze prima di tutto russe, ma non solo, tendono verso Mosca, Transdniestria/Transnistria inclusa, ovviamente, si critica il “neo-imperialismo russo”?
I Gagauzi, in ogni caso, non chiedono l’indipendenza (anche se ciò non necessariamente significa che almeno parte di essi non la desideri).
Il loro numero limitato, la loro economia per lo più agricola e priva di industrie, e la presenza di enclavi non gagauze nel loro territorio (che, per l’appunto, ne impediscono la continuità territoriale di un loro stato nato in caso di esito positivo dell’eventualmente indetto referendum indipendentista), vanno enumerate come le cause principali che, a prescindere da eventuali propensioni della popolazione in tal senso, impediscono oggettivamente l’indipendenza gagauza.

LA TRANSDNIESTRIA / TRANSNISTRIA 

a) Un tentativo d’esame della questione transdniestrina

Popolata da 700mila abitanti, per lo più Russi etnici ed Ucraini etnici, la Transdniestria/Transnistria, guidata dal proprio presidente Igor Smirnov e dal presidente del proprio parlamento Grigorj Marakuca, secede dalla Moldavia/Moldova tra il dicembre del 1991 ed il gennaio del 1992, in quanto risolutamente contraria ad una, in quel momento almeno, per nulla da escludersi unione fra Moldavia/Moldova e Romania (ed alla quale anche i Gagauzi si sono mostrati esplicitamnte contrari), e riesce a mantenere la propria indipendenza (non riconosciuta sul piano internazionale) anche grazie anche ad un conflitto armato, scoppiato nella prima parte del 1992 ed incentratosi principalmente attorno alla città di Bandery/Tighina, contro le autorità moldave.
Dal marzo del 1992, la situazione precipita perché le condizioni del presidente moldavo Snegur includono, prima di tutto, l’autonomia politica, ma non la sovranità-indipendenza, per la Transdniestria/Transnistria.
Nell’aprile del medesimo anno, cinque persone perdono la vita in seguito a scontri scoppiati a Tighina/Bandery, l’unica città a maggioranza slavofona posta sulla riva destra del Dnestr, mentre nel maggio del 1992 cinque villaggi a maggioranza romena vicino Dubossary vengono bombardati dalle forze transdniestrine e dai volontari russo-ucraini.
Il 16-6-1992, Bandery/Tighina cade in mano ai nazionalisti moldavo-rumeni ma solo per due giorni, rientrando in essa, dopo solo 48 ore, le truppe di Tiraspol.
In totale, questa “mini-guerra civile” ha provocato qualche migliaio di vittime.
La Transdniestria/Transnistria, mai nella storia (si badi bene) parte di qualsivoglia stato rumeno e/o rumenofono e con la quale rinasce in pratica, visto anche l’orientamento comunista del governo di Tiraspol al cui vertice stanno anche funzionari dell’ex-K.G.B., la Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Moldava (esistita fra il 1924 ed il 1940 dentro la RSS Ucraina), batte una propria moneta e dispone, fra l’altro, di una propria polizia, di un proprio esercito e di proprie frontiere: il tutto rigorosamente NON internazionalmente riconosciuto.
La sua capitale è Tiraspol e la sua seconda città più importante è Dubossary.
A Tighina/Bandery, sono stazionate le forze internazionali di peace-keeping (si veda sopra), mentre a Tiraspol è stazionato l’esercito Transdniestrino e quello Russo.
Il primo tentativo di soluzione diplomatica della questione transdniestrina, risale al 1994.
In base all’allora stipulato Trattato Russo-Moldavo, si era stabilito, infatti, che, entro tre anni da allora, i militari russi avrebbero dovuto lasciare la Transdniestria.
In realtà, invece, non se ne fece nulla, con le autorità di Kishinev/Chishinau a condannare l’ “illegalità” della presenza russa e quelle di Tiraspol ad elogiarne la “funzione stabilizzatrice”.
Tra la fine del 1999 e gli inizi del 2000, sembrava fosse stata trovata una soluzione.
In occasione del vertice O.S.C.E. di Istanbul del novembre del 1999, infatti, venivano concordati il ritiro e/o la distruzione degli armamenti limitati dal Trattato C.F.E., entro la fine del 2001, ed il ritiro completo delle truppe russe dalla Moldavia/Moldova entro la fine del 2002.
Lo scenario, però, tornava a complicarsi in occasione delle consultazioni bilaterali russo/moldave, con la delegazione russa retta da Evghenji Primakov, nominato da Putin presidente della commissione russa per la Transdniestria/Transnistria.
Il progetto-Primakov infatti, relativo all’accordo per una nuova forma di stato moldavo-transdniestrino ed alla permanenza delle truppe russe inquadrate, con funzione rilevante, in una forza di peacekeeping sotto l’egida dell’O.S.C.E., suscitava, prima di tutto, le forti perplessità sia dei Moldavi che dell’O.S.C.E. medesima, le quali perplessità risultavano, infine, in un blocco dei negoziati oggettivamente, a sua volta, non ostacolato dalle dichiarazioni del presidente moldavo Voronin il quale, ondeggiando fra la ricerca di un dialogo con essi e l’esigenza di non apparire al resto dei Moldavi eccessivamente con essi arrendevole, è giunto a descrivere i vertici di Tiraspol anche come “banditi, mafiosi e corrotti”.
Mosca, in ogni caso, ha continuato a premere sia per il “rientro del materiale bellico nella Federazione Russa” (è l’O.S.C.E. a sostenere le relative spese di 30 milioni di dollari…) sia per la “distruzione ‘in loco’ di altra parte del suddetto materiale”, e Tiraspol, dal canto suo, ha accettato di far partire i convogli di armi verso la Federazione Russa (novembre del 2001) solo dopo la stipula di un accordo firmato dal viceministro russo della difesa, Vladimir Isakov, relativo alla concessione, da parte della Russia alla Transdniestria/Transnistria, di una compensazione di 100 milioni di dollari statunitensi, a loro volta da sottrarsi dai circa 300 che la seconda deve alla prima in intermini di debito energetico legato, prima di tutto, alle forniture di gas naturale.
Entro la fine del 2001, si sarebbe dovuto verificare, teoricamente, il ritiro di 125 veicoli da combattimento, la distruzione ‘in loco’ di altri 239 ed il ritiro di un imprecisato numero di missili Grad ma, fino a questo momento, sono partiti soltanto macchinari di ingegneria militare, per lo più non inutilizzabili.
Un di lì a poco raggiunto accordo bilaterale fra il ministro degli esteri russo, Igor Ivanov, e quello moldavo, Nicolae Dudan, toccava, nel frattempo, vari aspetti dei rapporti bilaterali (economia, politica, cultura…) ma non faceva accenno diretto alcuno allo statuto della Transdniestria/Transnistria pur ribadendo la volontà delle parti di raggiungere una soluzione idonea relativamente all’integrità territoriale della Repubblica di Moldavia/Moldova e ad un ruolo attivo russo nell’ambito del processo di stabilizzazione.
All’inizio di luglio del 2002, poi, i mediatori della Federazione Russa, dell’Ucraina e dell’O.S.C.E., riuniti a Kiev, hanno illustrato, ai rappresentanti moldavi e transdniestrini, una bozza di progetto teso alla ricerca di una soluzione idonea per ambo le appena menzionate parti.
Si è trattato di un documento diviso in 8 parti/capitoli i quali a loro volta, tra l’altro, delineano il dettato costituzionale del paese, la struttura e la formazione del suo parlamento, del suo governo e del suo sistema giudiziario, nonché i principi alla base del rapporto tra Kishinev/Chishinau e Tiraspol (garanzie reciproche, periodo transitorio, etc…), in base ai quali la Repubblica di Moldavia/Moldova dovrebbe assumere la forma di una repubblica democratica, federale e caratterizzata da un ampio grado di autonomia per le sue due componenti “allogene”: la Gagauzia e la Transdniestra/Transnistria.
Per ragioni opposte però (Kishinev/Chishinau ha parlato di “concessione eccessive”, mentre Tiraspol la ha ritenute, per parte sua, “non sufficienti”), Moldavi e Transdniestrini si sono detti “non soddisfatti” della e dalla proposta in questione.
L’idioma russo è la prima lingua della Transdniestria/Transnistria
L’attuale presidente Smirnov, che guarda al sistema sovietico come riferimento poltico-ideologico e che, come presidente, risponde, simultaneamente, tanto alle paure etniche della popolazione slava di vedere la Moldavia/Moldova unita alla Romania, quanto alla necessità prima di tutto russa di rimanere in Moldavia/Moldova (in ambito georgiano si vedano l’Abchazia, l’Agiaristan e l’Ossezia del Sud, mentre in ambito armeno-azero si pensi al Nagorno-Karabach), è stato eletto presidente transdniestrino nel tardissimo 1991 e nel tardo 1994 il parlamento moldavo, nel dare una nuova costituzione al paese, ha optato per una “sostanziale autonomia” a Tiraspol, per quanto concerne gli affari regionali, che però i Transdniestrini medesimi non hanno ritenuto di dover prendere in considerazione.
Due i partiti politici principali, originati dall’anti-gorbacheviano PC Transdniestrino, sono: “Trudovaja Transdniestria” (Transdniestria/Transnistria Lavoratrice), emersa dal Collettivo dei Consigli Uniti dei Lavoratori (che organizza la rivolta contro le autorità moldave nel 1992), ed il Blocco delle Forze di Sinistra per l’Unione Sovietica.
Ad ormai più di 10 anni dalla separazione dalla Moldavia, Smirnov si è recentemente dichiarato disponibile ad un accordo con quest’ultima solo se da essa verrà riconosciuta l’indipendenza di Tiraspol.
La situazione economica della Transdniestria/Transnistria appare confusissima.
Il paese, infatti, si regge sulle proprie risorse locali (il comunque non enorme apparato industriale della RSS Moldova/Moldavia è abbondantemente dislocato proprio in Transdniestria/Transnistria), sull’aiuto in prima linea russo e su traffici, anche illeciti, che non pochi osservatori ritengono essere “di ogni tipo”.
L’appoggio russo, prima di tutto, ed ucraino alla Transdniestria/Transnistria, in vigore tutt’ora e dovuto anche alla tutela di obiettivamente presenti interessi nazionali-staretgici, è stato particolarmente evidente nel corso della prima metà degli anni ’90, concretizzatosi, anche, nella visita che l’allora vicepresidente russo Ruckoj fece alla truppe russe di stanza in Moldavia/Moldova e nel successo che il generale russo Lebed, successivamente tornato in Russia a svolgere la propria attività politica ed infine tanto prematuramente quanto sospettosamente deceduto, ottenne alle elezioni amministrative transdniestrine del settembre del 1993.
Poco favorevole ad una soluzione confederale, che, invece, potrebbe riscuotere il favore di Tiraspol, Kishinev/Chishinau è difficile voglia rinunciare al territorio d’oltre Prut, soprattutto in considerazione dell’apparato industriale lì dislocato e della presenza in Trandniestria/Transnistria di una comunque riscontrabile minoranza etnicamente moldavo-rumena.
La Transdniestria/Transnistria intesse i propri rapporti commerciali, prima di tutto, con gli U.S.A. (53 milioni di dollari statunitensi il volume dell’interscambio), la Federazione Russa (34 milioni di dollari) e l’Italia (8 milioni di dollari, principalmente nel settore tessile e manifatturiero) ma, d’altro canto, importanti sarebbero le relazioni che, in territorio transdniestrino, e secondo non pochi osservatori anche con la almeno parziale connivenza delle autorità locali, si sarebbero sviluppate fra gruppi criminali occidentali, locali, russi, turchi e quant’altri.
Una fonte rilevante di reddito, sempre secondo non pochi osservatori e nell’ambito di un P.I.L. annuo complessivo di circa 90 milioni di dollari statunitensi, sarebbe costituita anche dal riciclaggio di denaro sporco e dal contrabbando/traffico illegale di tabacco, materiale nucleare e tossico-radioattivo, esseri umani (prostituzione, immigrazione clandestina), droga ed anche armi leggere.
In Transdniestria/Transnistria, infatti, sono presenti numerosi depositi di armi (apparentemente poco sorvegliati) ed almeno tre fabbriche di armamenti.
Nel contesto più ampio, poi, del crollo generalizzato causato dal decennale processo di ultra-liberalizzazione del paese, si fa notare come in Moldavia/Moldova abbiano cominciato a risiedere circa 11mila persone di fede islamica (i Gagauzi, qui comunque da non considerarsi affatto, sono cristiani ortodossi), arabi e non, le quali, anche sotto le “mentite spoglie” dello status di “studenti” o “uomini d’affari”, non è escluso possano essere legate anche ad entità come Al-Qaeda.
Nel paese, del resto, è rilevabile un discreto numero di soggetti collegati con organizzazioni in particolare di orientamento islamista (dedite alla propaganda, al finanziamento, al reclutamento di nuovi membri) le quali, con l’aiuto di “ong caritatevoli arabo-islamiche”, potrebbero fungere da basi logistiche e di supporto finanziario anche per eventuali attività terroristiche (il pensiero corre immediatamente alla Bosnia-Erzegovina della metà degli anni ’90, allorché l’allora “ancora occidentalmente buono Bin Laden”, nel corso della fase “filo-bosniaca” della politica balcanica prima di tutto statunitense, disponeva, tra l’altro, di un passaporto rilasciato dal cosiddetto governo laico e multietinco di Sarajevo), ed anche stando all’intelligence locale, godrebbero di “punti di contatto” in quest’area, fra gli altri: Hamas, i Fratelli Musulmani, il Partito della Liberazione Islamica, Al-Qaeda e gli Hezbollah.

b) Per riassumere

Con la fine dell’Unione Sovietica, il governo di Kishinev/Chishinau, con il profilarsi di una Moldavia/Moldova indipendente, intende riportare in auge i valori nazionali rumeno-moldavi.
Alla lingua rumeno-moldava viene conferito lo status di lingua ufficiale e vengono reintrodotti l’alfabeto latino ed il Leu.
La minoranza russofona della Transdniestria/Transnistria teme, allora, per la propria identità culturale ed il movimento separatista locale, già oprante, riceve ulteriore impulso.
A ben poco valgono le rassicurazioni del governo moldavo, di certo non del tutto propenso all’unificazione con Bucarest, e ne scaturisce una sanguinosa guerra civile (prima metà del 1992).
Sostenuti dalla 14° divisione dell’Armata Russa (ex-Rossa), di stanza nella loro capitale Tiraspol, gli indipendentisti procedono a staccarsi dal governo di Kishinev/Chishinau che si muove, con altrettanta forza.
Con il cessate il fuoco, firmato dai presidenti Snegur ed Eltsin, viene fissata una linea di demarcazione fra i due territori presidiata da una forza di peacekeeping tripartita (moldava, russa, transdniestrina) e, sempre secondo l’accordo, Mosca avrebbe dovuto ritirare la 14° divisione.
Sottrattasi “de facto” alla giurisdizione dello stato centrale, che in ogni caso le nega ogni riconoscimento, la Transdniestria/Transnistria si dà una costituzione, un’assemblea legislativa e forze armate autonome, sotto la direzione del presidente Igor Smirnov (fautore del socialismo reale) e la protezione militare dei Russi, fino a questo momento dimostratisi non certo solerti nello sgomberare l’area.
Moldavia/Moldova, da un lato, e Transdniestria/Transnistria, dall’altro, restano “separate in casa”.

c) Gli sviluppi più recenti

Cessato il fuoco, la contesa si è trasferita in ambito diplomatico.
Gli attori esterni coinvolti nel processo negoziale sono la Russia e l’O.S.C.E., mentre l’Ucraina è in una posizione di secondo piano.
Attorno alla metà di novembre del 2003, il vice-capo di gabinetto russo, Dimitry Kozak, ha sottoposto alle parti un memorandum (“Memorandum Kozak”, per l’appunto) prospettante una soluzione federale “asimmetrica” basata su uno stato neutrale e demilitarizzato, su un sistema difensivo, doganale e monetario unico, su un parlamento bicamerale formato da 71 deputati nella Camera Bassa e 26 senatori, 9 per la Transdniestria/Transnistria e 4 per il Gagauz-Yeri (la Gagauzia) e sul moldavo (si badi bene, non sul rumeno, quindi), “lingua ufficiale”, affiancato il russo come “idioma di stato”.
La concretizzazione di un simile progetto sarebbe stata garantita da 2500 soldati russi.
Contestualmente all’evidenziare come, secondo alcuni, la logica sottostante al Memorandum sia la volontà russa di non abbandonare l’area (dopo varie dilazioni, la data fissata per il ritiro della 14° divisione era stabilita per il dicembre del 2003) e come, sempre secondo alcuni, un Putin non intenzionato a rispettare la scadenza di cui appena sopra si sia servito, a tal fine, proprio del piano formulato dal Kozak, va poi ricordato come gli aspetti più controversi del Memorandum abbiano riguardato la demilitarizzazione dello stato federale ed il processo decisionale del senato.
Per quanto concerne il primo aspetto, al fine di controbilanciare l’allargamento ad est della N.A.T.O., la Russia contava di riempire il vuoto di sicurezza, che si sarebbe creato, utilizzando i propri 2500 soldati previsti dal piano, mentre per quanto concerne il secondo aspetto, invece, stabilendo che presso il senato almeno sette voti contrari sarebbero bastati a bocciare una proposta di legge, Kozac ha “provato a conferire” alla Russia un, più o meno, diritto di veto sulle capacità deliberative della Camera Alta, onde tentare di condizionarne l’ordinamento.
Mosca confidava, perciò, nei 9 senatori della Transdniestria/Transnistria al fine di tenere Kishinev/Chishinau lontana dal campo magnetico euro-americano.
Alla presentazione del piano, è, però, seguita la stroncatura occidentale.
Il presidente moldavo e leader del Partito Comunista (attualmente al governo con una solidissima maggioranza) Vladimir Voronin, inizialmente, aveva accolto il piano (17-11-2003).
Teso a realizzare, anche per motivi elettorali (alle prossime elezioni, previste per il 2005, il PC punta alla conquista di tutti i 101 seggi, disponendone oggi di 71), il ripristino dell’unità del paese ed un ulteriore avvicinamento a Mosca, Voronin, però, ha mutato il proprio atteggiamento, rispetto al “Memorandum Kozak”, soprattutto, probabilmente, alla luce delle enormi pressioni ad esso contrarie su di lui esercitate da parte dell’U.E., dell’O.S.C.E. e, in primo luogo degli Stati Uniti.
Nell’atto di rendere noto il mutamento intervenuto, il 25-11-2003, Voronin ha accusato la controparte di aver richiesto, all’ultimo minuto, modifiche ritenute “non accettabili”, mentre secondo uno Smirnov di certo, all’inizio, ben disposto nei confronti del “Memorandum Kozak” (per i Transdniestrini esso costituisce probabilmente quanto di meglio si può ottenere per vie negoziali), quest’ultimo, dopo l’intervenuto rifiuto di Voronin, era da criticarsi per la sua “asimmetricità”, in nome della pari dignità per la Transdniestria/Transnistria.
A circa 6 mesi di distanza, nessuna iniziativa concreta ha avuto luogo ed i negoziati “pentagonali” (Moldavia/Moldova, Transdniestria/Transnistria, O.S.C.E., Russia ed Ucraina) segnano il passo.
Nel corso di febbraio del 2004, la questione è stata affrontata principalmente sui giornali.
La Russia prosegue nel voler trattare ripartendo dal “Memorandum Kozak”, Washington ha accusato Mosca di “neo-imperialismo” (da quale pulpito, viene da scrivere…), l’Unione Europea punta ad un accordo nell’ambito dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.
La questione transdniestrina, come in passato e quasi certamente, sarà, anche in futuro, terreno di scontro tra gli interessi strategici della Russia, da un lato, e degli U.S.A., dall’altro, con l’U.E. in posizione “quasi mediana”.
Bruxelles, ultimamente, ha dedicato non poca attenzione alla Transdniestria/Transnistria poiché, allorché nel 2007 Bucarest entrerà nell’Unione, Kishinev/Chishinau sarà uno dei suoi nuovi stati confinanti.
A tal proposito, il tedesco Guenther Verheugen (commissario europeo all’allargamento) ha dichiarato, alla fine di febbraio del 2004 e dopo aver incontrato il primo ministro moldavo comunista, Vasile Tarlev, che alla Moldavia/Moldova spetterà un ruolo di primo piano nell’ambito dei “nuovi vicini” cui l’U.E. si accosterà con il programma “Wider Europe Neighbourhood Policy”.
Il tema fondamentale della riunione, del resto, è stata l’elaborazione di un “Piano di Azione” individuale per la Moldavia/Moldova, sulla cui adozione ufficiale la dirigenza comunista moldava scommette, anche, per compensare la propria forzata presa di distanza dal “Memorandum Kozak”, oltretutto respinto, il 18-12-2003, anche da una risoluzione del Parlamento Europeo.

I COMUNISTI IN MOLDAVIA / MOLDOVA 

Dopo la Bielorussia (nella quale però, a partire dalla vittoria alle elezioni presidenziali del 1994 ottenuta da Lukashenko, lo spostamento dell’asse politico a sinistra si è verificato unendo, a quelle anche neo-comuniste, non irrilevanti fattezze quantomeno populistico-personalistiche), la Moldavia/Moldova è il secondo paese della metà orientale del Vecchio Continente ad aver intrapreso, da sinistra, una radicale svolta politico-economico-sociale, premiando esplicitamente, a partire dal 2001, il locale Partito Comunista: è di un simile tema e degli scenari con esso implicati che si occupa questo capitolo del presente saggio.

a) dal sito www.strana.ru, 5-10-2001, a cura di A.Bilzho.
 

Estratto, a cura di chi scrive, dell’INTERVISTA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA DI MOLDOVA, VLADIMIR VORONIN

D)…Esiste anche per la Moldova un simile dilemma: stare con la Russia o con l’Occidente?R) La strategia della Repubblica di Moldova è determinata dalla necessità di collocarci dove i nostri interessi vengono meglio salvaguardati…gli interessi della Moldova, in particolare quelli derivati da fattori economici, gravitano principalmente in direzione dell’Est.
E, prima di tutto, verso la Russia, verso…l’Ucraina e, più in generale, verso i paesi della CSI…Ma abbiamo anche interessi in Occidente. Non possiamo certo ignorare…il processo di integrazione della comunità europea…deve esserci una ragionevole combinazione dei diversi interessi del nostro paese. L’opposizione ci accusa….si dovrebbe, dicono, operare una scelta: Oriente oppure Occidente. Ma non deve essere assolutamente essere così…noi troviamo di grande interesse sviluppare rapporti economici e commerciali con la Cina. Perchè non dovremmo?
D)Quali sono le prospettive di risoluzione del problema del Pridniestr (la Transdniestria/Transnistria, n.d.G.S.)?R)…in qualità di presidente del paese, ho definito questo problema uno dei tre principali problemi della Moldova. Gli altri due sono la lotta contro la corruzione e la mafia, e la lotta contro la povertà. E questi problemi sono legati uno all’altro. Non è possibile risolvere il problema del Pridniestr senza risolvere quello della corruzione e della mafia, che si sono sviluppate in modo impressionante negli ultimi 10 anni…anche gli specialisti occidentali ritengono che la regione del Pridnestr sia il “buco nero” del contrabbando in Europa e nella CSI. Non sarà possibile eliminare la povertà, se non eliminiamo la corruzione e tutto questo contrabbando…con chi risolviamo questi problemi del Pridniestr? Tutti i personaggi che, per 10 anni, si sono trovati alla guida della regione non hanno mai manifestato alcun interesse alla risoluzione di questi problemi. Semplicemente, ad essi non conviene che la regione del Pridnestr entri nell’ambito della Moldova, non conviene che si creino organi centrali, in grado di controllare la situazione e chiedere conto a qualcuno…gli attuali dirigenti del Pridniestr non danno prova di una volontà politica…D)…Lei ha esplicitamente parlato della necessità di un avvicinamento alla Russia…R)…l’interscambio commerciale con la Russia è per noi molto positivo: circa il 60% delle esportazioni di merci moldave va sul mercato russo…la Russia, per nostra repubblica, rappresenta il principale mercato energetico, dal momento che riceviamo dalla Russia il 99% del gas e delle risorse energetiche…questi rapporti, in primo luogo economici, hanno un grande significato non solo oggi, ma anche in prospettiva…la nostra collaborazione potrebbe avere un ulteriore sviluppo…stiamo creando i presupposti politici, economici e legislativi favorevoli alla presenza della Russia in Moldova. La Moldova e la Russia cominciano a realizzare un programma di legami regionali…le nostre regioni lavoreranno direttamente con regioni della Federazione Russia (…in molte delle regioni russe, esistono amministrazioni comuniste, n.d.M.G.)…le possibilità dell’interscambio tra i nostri stati sono illimitate…D)Entrerà la Moldova nella Comunità Economica “EVRAS ES” (accordo economico, conseguenza delle intese di Shanghai, realizzate da Russia, Cina e alcuni paesi dell’Asia Centrale ex-sovietica, n.d.M.G.), sarà possibile la creazione di zone di libero scambio tra i paesi della CSI, tra Russia, Moldova, Ucraina, ecc.?R)Entreremmo immediatamente…se ci fossero frontiere comuni. Per entrare…, prima di noi, o contemporaneamente a noi, dovrebbe esserci una decisione dell’Ucraina. Ho personalmente affrontato la questione con il presidente Leonid Kuchma…egli ha proposto di studiare tutti gli aspetti…che un passo simile comporterebbe per l’Ucraina e per la Moldova…sia per la Moldova che per l’Ucraina, l’ingresso nell’ “EVRAS ES” sarebbe conveniente…si potrebbe creare un unico spazio per i paesi della CSI, dalla frontiera occidentale alla frontiera cinese…potremmo far rinascere la bimillenaria “via della seta”…sarebbe estremamente salutare…io sarei pronto a sottoscrivere oggi l’accordo…D)Lei parla molto dell’importanza di una linea europea della politica estera della Moldova…R)…il programma e le concezioni ideologiche del Partito dei Comunisti, che io dirigo, non contraddicono assolutamente…la nostra condotta nell’arena internazionale e, prima di tutto, sul piano dell’integrazione nelle strutture europee…già quando noi comunisti eravamo all’opposizione, partecipavamo molto attivamente all’assemblea parlamentare a Starsburgo…un punto fondamentale per la Moldova è rappresentato dalla sua neutralità. Per noi è esclusa la partecipazione a strutture militari, e noi siamo intenzionati a rispettare in pieno la costituzione…

b) I Comunisti Moldavi al governo

Ricostituitosi nel 1994, dopo la fine dell’Unione Sovietica, il PC Moldavo ha saputo inserirsi pienamente nel sistema politico del paese, sino a diventarne la prima forza politica ed il principale fattore di stabilità.
Il PCM è guidato, dal 1994, dal maggiore-generale Vladimir Voronin, ultimo ministro dell’interno della Moldavia Socialista ed attualmente presidente della repubblica.
Altri suoi esponenti di spicco sono l’attuale primo ministro, Vasile Tarlev, ed il segretario esecutivo Victor Stepanuk.
Nel 90% dei centri urbani moldavi esistono, almeno, le strutture di base del PC i cui 20mila iscritti (su una popolazione totale di circa 4 milioni, primo partito anche da questo punto di vista), in netto aumento gli under 30, hanno un’età media di 53 anni (ai tempi della fine dell’Unione Sovietica, l’età media era di 65 anni).
Dopo aver ottenuto il 10% delle preferenze alle elezioni presidenziali del 1996, Voronin ha condotto il PCM alla netta vittoria elettorale del 1998, allorché il PCM ha raccolto il 30% dei voti, distanziando ogni altra forza politica.
Gli esiti fallimentari della transizione dal socialismo reale al capitalismo hanno, infatti, riproposto fortemente il ruolo del Partito dei Comunisti Moldavi (PCM) che, dopo esser giunto primo alle elezioni politiche del 1998, ha vinto quelle amministrative del 1999 ed alla fine del medesimo anno ha scardinato il cartello anticomunista Alleanza per le Riforme e la Democrazia (APRD) che, nel 1998, ne aveva impedito l’ascesa al governo.
Il programma anti-crisi dei Comunisti si basa su tre punti fondamentali: il rilancio dell’economia reale/più presenza dello stato nell’economia, lotta alla corruzione, cooperazione con la CSI.
…Il Consiglio d’Europa, del quale la Moldavia/Moldova è membro dal 1995, ha registrato un aumento della tensione politica interna in corrispondenza del ritorno dei Comunisti al governo (a partire dal 1992, il clima politico interno moldavo non è mai stato tranquillo. L’O.S.C.E. però, e tutt’altro che casualmente, se ne accorge solo dopo la vittoria elettorale del Partito Comunista del 2001…).
Le elezioni del febbraio 2001, infatti, hanno segnato il trionfo del Partito Comunista che ha ottenuto 71 seggi sui 101 disponibili, anche grazie alla legge elettorale (in vigore da molto prima del 2001, però) proporzionale con sbarramento al 6%, ed ovvio quindi che, di lì a poco, un parlamento moldavo così configurato abbia attributo a Voronin la carica di capo di stato.
La ragione portante di un risultato di tal fatta va rintracciata nella profonda delusione di un elettorato frustrato dalle promesse non mantenute dalla precedente amministrazione del centrista Luchinschi ma soprattutto assolutamente insofferente rispetto ad un decennale disastro neo-liberista.
Nettamente minoritaria, l’attuale opposizione è, inoltre, divisa al suo interno.
La proposta di istituire una coalizione elettorale alle elezioni del 2005, formulata alla fine di gennaio del 2004 da Iurie Rosca, guida della formazione di estrema destra ed annessionista filo-romena Partito Popolare Cristiano Democratico (CDPP), e rivolta al resto dell’opposizione, ha ricevuto il rifiuto sia di Dumutru Braghis (Alleanza “Moldavia Nostra”-MNA) che di Dumutru Diacov (Partito Democratico della Moldavia-PDM): entrambi, tra l’altro e probabilmente prima di tutto, di certo non entusiasti rispetto al “fondersi” con un personaggio di tal fatta.
In gran parte estremamente velleitarie le iniziative di piazza organizzate contro il Partito Comunista.
Il 25-1-2004 ad esempio, con l’intento di costringere il governo alle dimissioni, il CDPP ha miseramente fallito nell’innescare una rivolta alla quale hanno preso parte neanche 200 persone, anche a causa del maltempo.
Nel centro della capitale erano presenti più poliziotti che manifestanti e, poiché questa manifestazione non era autorizzata, la forza pubblica ha effettuato anche numerosi arresti.
Di maggior peso almeno numerico invece, per la sparpagliata opposizione anti-comunista moldava, la nascita, il 24-11-2003, del cosiddetto “Comitato in Difesa dell’Indipendenza della Repubblica e della Costituzione” il quale, costituitosi in reazione al “Memorandum Kozak”, ha costituito una spinta importante per la manifestazione del successivo 30-11 che, sempre a Kishinev/Chishinau, ha visto circa 20mila persone invocare il dislocamento in Transdniestria/Transnistria di peacekeepers dell’U.E., il ritiro dei militari russi e le dimissioni del governo.
In verità, però, sono state le ingentissime pressioni occidentali, e non quelle del tutto inconsistenti del Comitato, a spingere Voronin a rinviare al mittente il “Memorandum”: si tratta infatti, per quanto la concerne, di una decisione presa il 25-11 e quindi 5 giorni prima della manifestazione del successivo 30.
La riconferma dei Comunisti alle elezione del 2005 appare, al momento, largamente scontata, nonostante il PC abbia avuto recentemente a che fare con la scissione di parte della sua “ala sinistra”, contraria alla di questo linea anche filo-europea.
La leadership comunista infatti, malgrado gli attacchi dell’opposizione che la accusa di voler russificare il paese e la di essa mai nascosta attrazione tanto verso la C.S.I. quanto verso l’Unione con Russia e Bielorussia, rimane in stretto contatto con l’Unione Europea.
Ad ennesima riprova della assoluta non-imparzialità/“tecnicità” delle istituzioni finanziarie internazionali, va notato come l’attuale governo comunista della Moldavia/Moldova abbia (casualmente, ovvio…) “perso la fiducia” del Fondo Monetario Internazionale, decisamente poco propenso a rinnovare lo scaduto a fine 2003 programma d’assistenza triennale “Poverty Reduction and Growth Facility” (PRGF), a causa di “eccessive interferenze pubbliche nel commercio e nelle operazioni finanziarie” (si legga “mancate svendite/privatizzazioni”).
Secondo il F.M.I., “la cooperazione è sempre possibile”, a condizione, però, che le autorità moldave trovino “una formula per lo sviluppo economico compatibile con i parametri dell’Istituto”.
A seguito della loro netta vittoria elettorale, i Comunisti Moldavi hanno iniziato faticosamente ad affrontare la paurosa situazione politico-economico-sociale lasciata in eredità da un decennio di dissennate “riforme”, promosse dalle forze politiche borghesi filo-romene, all’insegna del liberismo più completo, della subalternità totale all’occidente e che hanno ridotto questa repubblica alla condizione di paese più povero d’Europa, con il più alto tasso di emigrazione del continente.
Nel corso del periodo 1992-2000, il P.I.L. è calato del 33%, l’agricoltura ed il complesso agro-industriale (punto do forza della Moldavia/Moldova Socialista) sono regrediti di 35-40 anni ed il degrado sociale si è talmente acuito che è diffusa la pratica della vendita degli organi
Inoltre, la Moldavia/Moldova deve fare i conti anche notevolissimi problemi interetnici, in modo particolare fra Moldavi e Russofoni ma pure fra Moldavi e Gagauzi.
I Comunisti stanno cercando di trovare una via d’uscita a questa profonda crisi percorrendo l’unica strada ragionevole: quella della re-integrazione nell’area ex-sovietica, riattivando i meccanismi che avevano permesso, in passato, di ottenere un relativo benessere e livelli di istruzione e garanzie sociali in linea con i componenti europei dell’Unione Sovietica.
L’aver optato per un deciso riavvicinamento verso Mosca e l’aver richiesto di partecipare a diverse forme di cooperazione nell’ambito della C.S.I. hanno garantito importanti aperture dal punto di vista del rispetto dei diritti della minoranza russofona, con la reintroduzione dell’insegnamento del russo nelle scuole primarie, e con la ricerca di un’intesa, difficile, viste i non pochi ostacoli frapposti da parte della dirigenza di Tiraspol, con la Transdniestria/Transnistria.
D’altra parte, il riavvicinamento di cui appena sopra ha prodotto un notevole incremento della collaborazione economica e la decisione di Mosca (in seguito a colloqui con lo stesso Putin) di concedere a Kishinev/Chishinau importanti forniture energetiche a condizioni convenienti, a partire dal 2002, integrando il paese in un sistema energetico comune russo-ucraino-moldavo.
Contemporaneamente, la Moldavia/Moldova sta diversificando le proprie relazioni economiche: prova ne sia l’interessamento di Voronin per il “Gruppo di Shanghai” e la stipula di accordi commerciali con la Repubblica Popolare Cinese, anche in seguito alla visita a Kishinev/Chishinau, nell’estate del 2000, dell’allora presidente Jiang Zemin.
La Moldavia/Moldova è, inoltre, interessata a buone relazioni anche l’U.E. (pur nel disinteresse anche delle forze “comuniste-socialiste di sinistra-antagoniste” occidentali) mantenendo, però, una posizione di principio relativamente all’imperativo costituzionale della neutralità, a proposito della quale appare significativo come il PC Moldavo abbia aderito alla manifestazione di Praga contro il vertice N.A.T.O. tenutosi nella capitale ceca nell’autunno del 2002.
Per quanto concerne la politica interna, invece, sono state introdotte misure tese ad assicurare una maggiore presenza regolatrice dello stato.
È stato rafforzato il controllo sulla riscossione delle imposte, si sta contenendo la precedentemente enormemente diffusasi corruzione, i mezzi finanziari a disposizione sono stati indirizzati allo sviluppo della produzione industriale e dell’agricoltura.
Per la prima volta dall’indipendenza moldava, il P.I.L. del paese è aumentato, del 6%, con un’inflazione, a sua volta, scesa del 6%, mentre sono stati corrisposti salari e pensioni precedentemente non pagati e, dopo 5 anni, è stato riattivato il funzionamento del riscaldamento e dell’acqua calda nelle case di Kishinev/Chishinau.
Non sorprende, dunque, che, proprio in occasione della visita a Mosca, dei primi del 2002, dell’allora premier romeno Nastase, siano emerse, finalmente in modo esplicito, le manovre dell’opposizione moldava che cerca di risollevarsi dalla pesante sconfitta elettorale.
Circa 10mila persone, per lo più studenti (ma anche scolari costretti a disertare le lezioni da parte delle direzioni scolastiche), hanno circondato il parlamento, chiedendo a gran voce la discriminazione dell’idioma russo, inneggiando alla “Grande Romania”, invocando l’ “aiuto della N.A.T.O.” ed elezioni per “rovesciare il regime comunista”.
Alla testa di un corteo deciso a cercare lo scontro con la polizia, c’era il capo del Partito Popolare-Democratico Cristiano” Iurie Rosca, ultranazionalista ed annessionista filo-romeno legato a doppio filo alla N.A.T.O. ed al Dipartimento di Stato statunitense.
Tra gli organizzatori delle attività poi sfociate nella dimostrazione di cui sopra, va segnalata, non certo casualmente, la filiale locale della Fondazione Soros, prodigatasi in particolar modo per sollecitare l’attenzione dei media stranieri sulla situazione moldava.
Con la collaborazione di esponenti locali della suddetta fondazione, il programma televisivo domenicale della Rai, “Europa”, ha dedicato numerosi servizi fermamente anticomunisti alla vicende politiche moldave.
Era però scontato che il cambiamento avvenuto in Moldavia/Moldova dovesse provocare le risentite reazioni occidentali, essendo proprio in occidente da rintracciare i principali interlocutori dei precedenti governi e soprattutto da parte della Romania.
Le manifestazioni anti-Voronin, infatti, godono dell’esplicito appoggio da parte di Bucarest ed esse, anche violentemente, hanno scosso Kishinev/Chishinau soprattutto in occasione di un gravissimo attentato dinamitardo che ha distrutto la sede del giornale comunista, ferendo gravemente alcuni redattori.
Simili dimostrazioni, cha hanno pesantemente irritato la Russia, hanno spinto il Consiglio d’Europa, a raccomandare, da un lato, al governo moldavo di stemperare quanto possibile la protesta e, dall’altro, all’opposizione di interrompere la protesta.
Il presidente ed il governo, peraltro ancora forti di un rilevantissimo consenso come dimostrato, anche, dalle elezioni locali, hanno prontamente dato la propria disponibilità ad accettare la proposta in questione, mentre l’opposizione ha risposto con un rifiuto, confermando, ancora una volta, la propria intenzione di operare per uno “scenario jugoslavo autunno del 2000”, in salsa moldava, e confidando nei propri buoni uffici a Washington.
Il dato che, però, il PC Moldavo continui a godere dell’appoggio chiaramente preferenziale della popolazione continua ad evincersi dal risultato delle elezioni amministrative del maggio del 2003.
In occasione di queste ultime, infatti, i Comunisti hanno sfiorato la maggioranza assoluta dei voti ed hanno conquistato la maggior parte delle amministrazioni locali.
Il governo comunista moldavo ed i presidente comunista moldavo Voronin escono, quindi, rafforzati da queste consultazioni, battendo il PC, nettamente, i partiti borghesi e conquistando i Comunisti un potere locale fino a quel momento detenuto dalle opposizioni.
Sembra evidente come il PC abbia raccolto i frutti della propria politica che, a partire dal 2001, ha permesso una parziale ripresa dal disastro di un decennio ultraliberista ed ha consentito, ad una popolazione grandemente immiserita, di disporre di un po’ più di aiuto sociale.
Premiata ne è uscita, inoltre, la linea neutralista del presidente Voronin che ha energicamente respinto le pressioni congiunte moldavo-annessioniste filo-romene, rumene ed occidentali tese ad ottenere l’adesione di Kishinev/Chishinau alla N.A.T.O. e la rottura sia dei rapporti moldavo-russi che della Moldavia/Moldova con la C.S.I. tutta, partner, quest’ultima e la Russia in particolare, invece naturali per la piccola repubblica ex-sovietica, dal punto di vista economico e non solo.
Forte del proprio 49% raccolto, mediamente, in tutto il paese, rispetto al 20% dell’Alleanza Social-Liberale “Nostra Moldova”, all’8% del Partito Popolare-Cristiano Democratico (ultra-annessionista filo-rumeno, ferocemente anticomunista, sostenuto, prima di tutto, da Bucarest e Washington e capeggiato dal già menzionato Rosca) ed al 7% del centrista Partito Democratico, il PC ha ottienuto la maggioranza delle amministrazioni, con punte del 70% nel nord del paese.
Nel frattempo, per quanto da quasi nessuno evidenziate, sembrano farsi minacciose le pressioni occidentali sulla Moldova/Moldavia e l’intervento di sapore ricattatorio, da parte di O.S.C.E. e N.A.T.O., nei confronti delle autorità del paese, unito alle minacce di boicottaggio economico-politico ed alla mobilitazione delle numericamente risibili, ma decisamente chiassose, forze reazionarie-annessionste-filo-romene, ha ottenuto un primo successo, parziale, se si vuole, ma comunque significativo.
Nel corso del mese di dicembre del 2003, infatti, il presidente comunista Vladimir Voronin è stato costretto a non apporre la propria firma al progetto, proposto dalla Russia anche con l’intervento dell’ex-premier moscovita Primakov, di regolamento pacifico, nel contesto di una struttura federale, del conflitto che, anche sanguinosamente, da un decennio circa contrappone la Transdniestria/Transnistria al resto della Moldavia/Moldova.
Il “Memorandum”, elaborato dalla Russia, “sui principi fondamentali della costruzione di uno stato unitario”, sembra però, sic rebus stantibus, essere l’unico documento capace di definire un progetto di Costituzione della Repubblica Federativa di Moldavia/Moldova e di assicurare l’unità del paese, mentre la decisione, presa all’ultimo minuto da parte del presidente Voronin, di “respingere” il documento in questione appare provocata grandemente dalla pressione in particolare dell’O.S.C.E. e soprattutto del suo oramai ex-presidente di turno, l’olandese Jaap de Hoop Scheffer, il quale attualmente (e tutt’altro che casualmente…) ricopre l’incarico di segretario generale della N.A.T.O.
Nell’ambito di un mai da escludersi sviluppo di uno “nuovo scenario jugoslavo in Moldavia/Moldova” (si ricordino, a titolo di esempio, le cosiddette “primavere di Sofia e Belgrado del 1996/97” nonché le elezioni jugoslave dell’autunno del 2000), sembra evidente che per l’O.S.C.E., e non solo, la vera priorità, altro che “democrazia e diritti umani”, consista nella prosaicamente molto più strategica uscita delle unità militari russe dal territorio transdniestrino e nel passaggio di consegne dall’attuale contingente di pace, guidato dai Russi, ad un contingente O.S.C.E. guidato dall’Alleanza Atlantica.

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