…LA PRIMA GUERRA DEL GOLFO.

di Giovanni Salati

dal volume a cura di A.Biagini:

“C’era una volta l’Iraq.Cronaca di un conflitto irrisolto”

RelazionInternazionali, Roma, 2003

La conclusione del conflitto cominciato dall’Iraq (laico-baathista ed a guida sunnita), contro l’Iran (sciita e religioso-rivoluzionario), anche in ragioni di evidenti intenzioni di “primato regionale”, vede Baghdad alle prese con una congiuntura economica e socio-politica tutt’altro che facile.Centinaia di migliaia sono i morti ed i feriti, le casse dello stato sono stremate, la zona industriale di Bassora è devastata (come anche numerosi impianti in altre località del paese), un considerevole debito estero ammonta a circa 60 miliardi di dollari USA (oltre la metà dei quali da restituire al Kuwait ed all’Arabia Saudita, finanziatori non certo disinteressati) e ci sono circa 2 milioni di militari, fra soldati dell’esercito regolare e miliziani del Partito Baath, da smobilitare e-o reimpiegare altrove. Inoltre, pur non uscita “tecnicamente vincitrice” dallo scontro con Teheran (scontro “per procura”, di carattere geo-economico, strategico, politico e cultural-religioso appoggiato, economicamente, politicamente e dal punto di vista delle forniture militari, oltre che da una parte del mondo arabo, in primo luogo da Washington, Londra, Parigi, Bonn e Roma; mentre per quanto riguarda Mosca pesa ancora negativamente, nel giudizio sovietico, la “svolta filo-occidentale” che l’Iraq intraprende a partire dal 1979, un mutamento di corso, in fatto di politica estera, culminato, all’interno,  nella feroce repressione dell’importante Partito Comunista locale), Baghdad però, essendo riuscita a costringere l’Iran ad accettare la cessazione del fuoco, avendone, così, smorzato le “ambizioni eversivo-regionali” e ritenendo, perciò, ancor più stringente il proprio “diritto” ad un ruolo di primo piano nell’area, vede i propri progetti di politica estera scontrarsi, da un lato, con l’indisponibilità di “arabi moderati” ed occidentali a consentirle una simile posizione (l’Iran non è più una “minaccia impellente”) e, dall’altro, con le nuove esigenze di un’Unione Sovietica sicuramente interessata al dialogo (come molti altri, del resto…) ma ancora “scottata” dai fatti del 1979 e, soprattutto in seguito al consolidarsi del “nuovo corso” di Gorbachev, maggiormente orientata al perseguimento di un rapporto più disteso con gli Stati Uniti ed i loro alleati. Nel maggio del 1990, l’Iraq  ospita a Baghdad il vertice arabo dedicato al problema della “Intifada” nei territori palestinesi occupati (e dell’emigrazione ebraica dall’Unione Sovietica) al termine del quale, però, si inizia, da parte irachena, una “offensiva politico-psicologica” nei confronti del Kuwait: vengono rilanciate “storiche” rivendicazioni irachene sul territorio dell’Emirato (il tema del “Kuwait come diciannovesima provincia”, fatta una dovuta “tara” dell’elemento propagandistico-strumentale, è tutt’altro che campato in aria) e lo si accusa sia di “rubare” il petrolio dei pozzi di Rumailah, al confine fra i due paesi, sia di complottare, insieme “in primis” all’Arabia Saudita, al fine di danneggiare le esportazioni irachene tenendo basso il prezzo del petrolio (un’accusa, anch’essa, non priva, tanto, di connotati “propagandistico-strumentali”, quanto, di elementi di verità). Il problematico quadro sopra tracciato è eloquente e le difficoltà del paese non sono certo state alleggerite dai programmi di armamento non-convenzionale nel frattempo intrapresi grazie alla solerte collaborazione occidentale, inclusi accordi segreti con ditte europee per la costruzione di un “super-cannone” capace di lanciare, a lunga distanza, testate chimiche ed atomiche. Per porre fine alla suddetta campagna ed in cambio della “protezione” assicurata all’Emirato nel corso della guerra contro Teheran (in realtà il Kuwait fu “protetto” in primo luogo dalla flotta statunitense), Baghdad chiede la cessione del pozzo di Rumailah, la cancellazione dei debiti contratti con il Kuwait e la cessione anche di due isolette strategiche kuwaitiane allo sbocco del fiume Shatt al-Arab. La di lì a poco attivatasi mediazione dell’OPEC e dell’Arabia Saudita-venne, fra l’altro, proposto un accordo sul prezzo del greggio (segno che il risentimento iracheno a tal proposito non era, dunque, del tutto immotivato…)-non ottiene alcun esito e, l’8 agosto 1990, dopo essere stato invaso da nord 6 giorni prima, il Kuwait viene annesso da Baghdad come “diciannovesima provincia dell’Iraq”. Non nuova a valutazioni per lo meno parzialmente azzardate (si veda l’esempio della guerra contro l’Iran), la dirigenza irachena, sovrastimando, prima di tutto, la “politica del fatto compiuto” ed un “nebuloso” quanto nondimeno realmente esistito “silenzio-assenso” statunitense (si configurano gli estremi della più classica delle “trappole”…); sottostimando, poi, la contrarietà, prima di tutto, degli occidentali (ma anche di non pochi governi arabi e della regione) ad un Iraq politicamente, economicamente (un “colosso petrolifero iracheno-kuwaitiano” avrebbe dato non poco fastidio alle grandi compagnie statunitensi) e strategicamente, in tal modo, nettamente rafforzatosi (e, per di più, in lampante spregio di un “diritto internazionale” in quel momento ritenuto “intoccabile” e di concetti come “diritti umani” e “democrazia” mai precedentemente alieni da “manipolazioni geopolitiche” ma da quel momento in poi assurti sempre più tanto al rango di “feticcio globale” quanto alla funzione “grimaldello ideologico planetario”); sperando inoltre, forse, in un eventuale sostegno politico-diplomatico sovietico (e, chissà, cinese?) prima di tutto in sede ONU (da leggersi come azione di “contenimento anti-americano” e non di “sostegno fraterno”) ed infine, probabilmente, “troppo lenta” nel cogliere, con la crisi del “progetto gorbacheviano”, l’evoluzione-involuzione del mondo da multipolare ad unipolare, la dirigenza irachena per l’appunto, invadendo ed annettendosi il vicino Emirato, commette un notevole errore di calcolo caratterizzato, questa volta, da conseguenze ben più rimarchevoli rispetto a quelle di dieci anni prima.L’invasione del Kuwait, 2 agosto 1990, provoca un shock nell’opinione pubblica internazionale.Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunisce il giorno stesso ed approva la risoluzione n.660 che condanna l’invasione, chiede il ritiro “immediato e incondizionato” delle truppe irachene e sollecita un negoziato fra Iraq e Kuwait. Il 3 agosto sono URSS ed USA a chiedere congiuntamente il ritiro delle truppe di Baghdad. Il 6 agosto il Consiglio di Sicurezza vara la risoluzione n. 661, la quale impone contro l’Iraq l’embargo economico e commerciale, mentre l’Arabia Saudita chiede la protezione militare degli Stati Uniti. Baghdad risponde proclamando l’annessione dell’Emirato (8 agosto), in quanto “diciannovesima provincia” del paese e parte “irrinunciabile” del suo territorio; una annessione dichiarata, il giorno dopo, “nulla e priva di effetti” da una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza (la n. 662). Gli Stati Uniti danno inizio a un massiccio afflusso di truppe verso l’Arabia Saudita: è l’operazione “Desert Shield” e nelle acque del Golfo, nel frattempo, convergono decine di navi da guerra delle Marine Militari occidentali. La crisi, infatti, ha ormai assunto una dimensione mondiale e l’intervento delle forze armate occidentali nella regione comincia a determinare una reazione emotiva di massa nei paesi arabi ed islamici estrinsecantesi, prima di tutto, in corpose manifestazioni popolari in sostegno di Saddam Hussein. Il 10 agosto si spacca la Lega Araba: al vertice convocato al Cairo, una maggioranza con a capo l’Egitto condanna l’Iraq, aderisce alle sanzioni internazionali ed approva l’invio di truppe egiziane, siriane e marocchine in Arabia Saudita accanto ai contingenti occidentali. Nove paesi su ventuno (O.L.P. inclusa), però, o si schierano, politicamente, con Baghdad o, in ogni caso, condannano con forza l’intervento militare capeggiato dagli Stati Uniti. Il 12 agosto l’Iraq si dice disposto a lasciare il Kuwait soltanto, però, nel quadro di un “regolamento globale” della situazione dello scacchiere medio orientale intendendo con ciò: il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati nel 1967 e dalla “fascia di sicurezza” nel Libano del sud, quello delle truppe siriane dal Libano e quello delle forze internazionali dal Golfo. Tre giorni dopo, giunge all’Iran l’offerta della pace dopo che i negoziati di Ginevra, iniziati ad agosto del 1988, si erano ben presto arenati. Il tentativo di “coprirsi le spalle” in caso di scontro con la coalizione internazionale è coronato da successo e Teheran, pur ribadendo la propria condanna dell’azione irachena nei confronti del Kuwait, accetta. Da un lato, infatti, Baghdad conviene nel far anche propria, per lo Shatt-al-Arab, la linea di confine “proposta-richiesta” dal vicino orientale, nell’iniziare lo scambio dei prigionieri di guerra e nel dare il via a normali relazioni diplomatiche, mentre, dall’altro, una Teheran anch’essa provata da 8 anni di conflitto, più “pragmatica” e poco propensa ad “avventurismi di sorta” (è già morto Khomeini, nel luglio del 1988 spinto dalla pressione dei “moderati” del futuro presidente della repubblica Rafsanjiani, ad accettare la risoluzione ONU n.598 ed il “cessate il fuoco” nei confronti del “piccolo Satana”), sembra “non chiedere di meglio”. Quasi a suggellare un ritrovato “modus vivendi”, è utile far notare come Baghdad, durante il conflitto che di lì a non molto sarebbe scoppiato, abbia potuto far stazionare la propria limitata forza aerea in territorio iraniano, e quindi neutrale, evitandone, in tal modo, un tanto rapido quanto sicuro annientamento. Se però l’intento della distensione con Teheran è anche quello di aprire un varco all’interno delle maglie dell’embargo, l’Iraq deve, invece, fare i conti con una sua ancor maggiore severità. Il 25 agosto, infatti, la risoluzione n. 665 del Consiglio di Sicurezza autorizza l’uso della forza ed il blocco navale contro Baghdad al quale parteciperanno, anche, unità della Marina Militare Italiana. Ormai in chiara difficoltà, l’Iraq usa “la carta” degli ostaggi, trattenendo tutti gli stranieri presenti nel paese e minacciando di usarli come “scudi umani” in caso di attacco: ferma la condanna internazionale da parte del Consiglio di Sicurezza. Si avviano tentativi di mediazione ad opera del leader dell’O.L.P. , Yasser Arafat, del sovrano giordano Hussein e del Segretario Generale dell’O.N.U. , Javier Perez De Cuellar, il quale, il primo settembre, incontra ad Amman (Giordania) il ministro degli esteri iracheno Tareq Aziz senza però che la situazione si sblocchi, mentre, tanto nei paesi arabi che in Europa ed in America, continuano ragguardevoli le manifestazioni: di taglio anti-occidentale nei primi, di impostazione più pacifista nel vecchio continente ed oltreoceano. Il 9 settembre si incontrano a Helsinki (Finlandia) i presidenti statunitense Bush e sovietico Gorbachev, il 23 il presidente francese Mitterrand propone un “piano di pace globale” (l’allora Ministro degli Esteri italiano, Giulio Andreotti, si dichiarò tutt’altro che contrario ad esso), nella capitale irachena si recano delegazioni pacifiste e alcune singole importanti personalità come il presidente austriaco Kurt Waldheim, l’esponente socialdemocratico tedesco Willy Brandt e l’arcivescovo palestinese monsignor Capucci, i quali ottengono successivi rilasci di ostaggi.Dal punto di vista politico-diplomatico però lo stallo permane: la coalizione internazionale continua ad esigere il ritiro totale e senza condizioni di Baghdad dal Kuwait, in base alle risoluzioni delle Nazioni Unite, ed il 25 settembre il Consiglio di Sicurezza impone contro l’Iraq anche il blocco aereo. Nel deserto saudita, intanto, l’apparato militare della coalizione, alla fine dell’anno, avrà raggiunto gli oltre 600.000 soldati: provenienti da 28 paesi e forti di quasi 4.000 carri armati, 1.200 aerei e 120 navi da guerra. Di fronte ad essi, l’Iraq ammassa in Kuwait circa 500.000 uomini, assieme a migliaia di carri armati, minacciando, in caso di guerra, di usare armi chimiche e, onde tentare di infrangere la coalizione arabo-occidentale, di attaccare Israele. Il 29 novembre la risoluzione n. 678 del Consiglio di Sicurezza autorizza la coalizione internazionale ad impiegare la forza militare se l’Iraq non si ritirerà dal Kuwait entro il 15 gennaio. Il giorno successivo è Bush a proporre un dialogo diretto con l’Iraq, attraverso missioni del segretario di stato James Baker (caso praticamente unico di Segretario di Stato statunitense “filo arabo” e “nemico” della lobby ebraica del proprio paese) e del ministro degli esteri Tareq Aziz, rispettivamente a Baghdad e a Washington, e il 6 dicembre l’Iraq annuncia la liberazione di tutti gli ostaggi occidentali (gli ultimi non ancora rilasciati). L’incontro “in extremis” del 9 gennaio 1991 fra Baker e Aziz a Ginevra finisce però in un ennesimo nulla di fatto, come anche un’ultima missione di Perez de Cuellar a Baghdad di due giorni dopo. Nella notte fra il 15 ed il 16 di gennaio scade l’“ultimatum” internazionale: dopo poco meno di 24 ore, nonostante il tentativo finale di soluzione diplomatica intrapreso da Francia e Unione Sovietica, la parola passa alle armi ed inizia l’operazione “Desert Storm”. La capitale irachena è martellata incessantemente dal cielo, vengono sperimentati nuovi ordigni bellici, fra i quali le “bombe intelligenti”, in quanto “capaci”di consentire “attacchi chirurgici”, e le infrastrutture dell’Iraq, oltre che le forze irachene dislocate in Kuwait, sono sottoposte a un diluvio di fuoco al quale parteciperanno anche navi e aerei inviati dal governo di Roma i cui due piloti di un cacciabombardiere  “Tornado” abbattuto il secondo giorno di guerra, fatti prigionieri, verranno liberati dopo la fine delle ostilità. Nella notte fra il 17 ed il 18 gennaio, missili “Scud” iracheni, a testata convenzionale, vengono lanciati sulle città israeliane di Haifa e Tel Aviv. Il 22 e 25 gennaio gli “Scud” causano vittime a Tel Aviv ma il dispiegamento anti-missile dei “Patriot”, forniti da Washington, neutralizzerà tutti i successivi attacchi, dando così maggior forza alle già ingenti pressioni politico-diplomatiche che gli occidentali subito mettono in moto affinché Israele non reagisca onde non mettere a repentaglio la tenuta della coalizione occidentale-araba. La guerra aerea continua per sei settimane: l’Iraq viene ridotto a una condizione pre-industriale. Il 30 gennaio le forze irachene tentano una diversione sul fronte terrestre ma dall’appena penetrato territorio saudita verranno prontamente respinte. Intanto sono ricominciati i tentativi diplomatici. Il presidente del neutrale Iran, Rafsanjiani, propone il ritiro simultaneo dell’Iraq dal Kuwait e della coalizione dal Golfo, Gorbachev invia il proprio rappresentante, Evgheni Primakov, a Baghdad per incontrare Saddam Hussein e il 18 febbraio è Tareq Aziz ad essere ricevuto a Mosca dal presidente sovietico. L’U.R.S.S. propone un piano di pace in sei punti ma Baghdad pone, al ritiro dal Kuwait, condizioni e tempi che gli Stati Uniti ritengono inaccettabili. Segue un nuovo “ultimatum” da parte della coalizione: l’Iraq deve iniziare il ritiro dal Kuwait entro le 18 (italiane) del 23 febbraio: altrimenti avrà inizio l’offensiva terrestre. La guerra area però, nel frattempo, non si è mai arrestata ed il 13 febbraio due missili statunitensi hanno centrato un bunker nella capitale irachena provocando la morte di centinaia di civili. Scaduto anche il nuovo “ultimatum”, alle prime ore del mattino del 24 febbraio inizia l’offensiva terrestre. Incontrando una resistenza trascurabile, le truppe della coalizione penetrano all’interno del territorio tanto kuwaitiano quanto iracheno: le unità scelte della “Guardia Repubblicana” sono state ritirate verso nord, mentre l’esercito di leva e la milizia non reggono l’urto dell’offensiva alleata. In due giorni, i “marines” statunitensi sono a Kuwait City, gli iracheni si arrendono a migliaia. Il 26 febbraio il comando della coalizione annuncia che 21 delle 42 divisioni avversarie sono state “neutralizzate”, Saddam Hussein ordina in un discorso radiofonico il ritiro delle forze irachene dal Kuwait e, con gli statunitensi ormai quasi alle porte di Bassora, il giorno successivo l’Iraq comunica alle Nazioni Unite l’accettazione di tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, rinunciando, in tal modo, ad ogni pretesa sul piccolo Emirato ed aprendo così la strada, il giorno 28, all’annuncio del presidente U.S.A. Bush relativo alla cessazione delle ostilità. La conclusione delle ostilità trova il Kuwait libero (e ciò in linea con il mandato ONU di una coalizione tanto “legalmente impossibilitata” a marciare verso Baghdad per esautorare il governo iracheno, quanto per nulla interessata ad “esportare la democrazia” in un Emirato certamente attaccato ma anche governato da un assetto politico-istituzionale ancor più lontano dai canoni della “democrazia occidentale” di quello capeggiato da Saddam Hussein) ma devastato, con oltre 700 pozzi petroliferi dati alle fiamme dagli iracheni in ritirata. Quanto all’Iraq, il paese è in ginocchio. Un Saddam Hussein ancora in sella, però, può ancora impiegare la “Guardia Repubblicana” per soffocare, nel corso della primavera del 1991, le tra loro scarsamente coordinate rivolte delle popolazioni sia del sud (di marca arabo-sciita ma non priva di elementi comunisti) che del nord (di matrice prima di tutto curda) del paese: entrambe avverse all’“entourage politico-etnico” di stampo “arabo-sunnita-baathista” del quale è emanazione anche il presidente iracheno. La guerra civile provoca distruzioni non minori di quelle causate dalla guerra aerea alleata, mentre decine di migliaia di nuove vittime si aggiungono agli oltre centomila morti causati dal conflitto da poco terminato. Il sud dell’Iraq viene occupato dagli alleati, dall’inizio di maggio gradualmente sostituiti dalla missione ONU dell’UNIKOM (istituita per sorvegliare il confine fra Iraq e Kuwait e forte di 1.400 militari provenienti da 32 paesi), mentre un nuovo intervento militare alleato (al quale partecipano anche unità italiane) ha portato all’occupazione di una vasta zona nel nord, fra la città di Zakho e il confine, a protezione della popolazione curda. La seconda “scommessa politico-militare” tentata da Baghdad in dieci anni ha avuto un esito incontestabilmente negativo. Primo conflitto dell’“età post-bipolare” (e da considerarsi per lo meno tanto “per” il petrolio quanto “del” il petrolio), è utile non dimenticare come proprio la “prima guerra del Golfo”, oltre ad aver prodotto un primo radicale sconvolgimento degli assetti e degli equilibri geo-politici del Medio Oriente, una mobilitazione ad essa contraria, a livello di opinione pubblica, di portata planetaria (tutt’altro che irrilevante, a tal proposito la posizione del Vaticano) attivata anche dalla non infondata paura di uno “scontro di civiltà” fra Occidente ed Islam (vista anche la persistente non-risoluzione del conflitto israelo-palestinese e il comunque non interamente strumentale appello di Baghdad alle masse arabe relativo alla “jihad”) e una convergenza internazionale di governi fino a quel momento quasi senza precedenti, si sia anche caratterizzata come evento foriero di rilevanti novità anche in ambito “linguistico-mediatico”. Impossibili da non menzionare, dal punto di vista “visivo”, risultano infatti i “briefings” quotidiani del comandante in capo delle forze della coalizione (il generale statunitense Norman Schwarzkopf) relativi all’andamento delle operazioni, il volto del bambino britannico terrorizzato nonostante la carezza ricevuta dal leader iracheno durante la “crisi degli ostaggi”, le interviste fatte dalla Tv irachena ai prigionieri italiani Gianmarco Bellini e Maurizio Cocciolone, la resa di alcuni soldati iracheni a un cameraman del TG3 ma, soprattutto, il monopolio delle immagini e dell’anteprima delle notizie detenuto dall’emittente statunitense CNN e dal suo inviato a Baghdad Peter Arnett (unico giornalista in assoluto presente), tanto che si giungerà a parlare anche di “guerra invisibile”. Sotto il profilo linguistico invece,  è utile rammentare come proprio in occasione del conflitto del 1990-91 espressioni oramai di uso comune, come, fra le altre, “bombe intelligenti”, “fuoco amico”, “danni collaterali”, “intervento-ingerenza umanitario-a”, “difesa della legalità internazionale” ed “operazione di polizia internazionale”, abbiano per lo meno cominciato a trovare la propria piena consacrazione.